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sabato 9 marzo 2013

L'AUTORE

da  http://www.crescerecreativamente.org/2011/10/quei-puntini-di-sospensione-in-piu.html




Aveva finito di scrivere. Il punto fermo che aveva apposto al termine del foglio costituiva un solido argine al proseguire incontrollato della storia. Aveva deciso lui di finirla, senza chiedere a nessuno. Aveva fatto bene? Sulle prime non si era posto il quesito. Aveva solo notato una sorta di malcelata insoddisfazione che affiorava dai volti dei personaggi. Anche da quelli secondari. Il maggiordomo, poi, non era per nulla soddisfatto del finale, perché più degli altri si era dovuto far carico di reggerne il peso, anzi l'onta per la colpevolezza che gli era stata attribuita, più per comodità ed abitudine, che per reale disposizione al crimine del personaggio.
Il colore giallo non gli era congeniale, tantomeno il genere di scrittura, ma, pur di sbarcare il lunario si era disposto a scivere, e pure con un certo impegno.
Ma mai si sarebbe aspettato una insubordinazione così repentina. I personaggi si erano ribellati, per quanto mal tratteggiati e con spessori psicologici a dir poco esigui, che qualsiasi lettore avrebbe avuto difficoltà a distinguerli, se non grazie ai diversi nomi, avevano dignità innata e desideravano esprimere al meglio le proprie esistenze.
All'autore non restava che scappare, inseguito lungo tutte le righe del racconto.
I lettori leggendo la storia sui loro smartphone non potevano non stupirsi del fatto che non avesse un punto finale, ma tre esili puntini di sospensione, chiaramente ricavati dalla frantumazione del punto fermo.



(da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 30 settembre 2012)

sabato 23 febbraio 2013

L'identità di uno smemorato


da  http://it.wikipedia.org/wiki/File:Stazione_di_Cattolica.jpg



Lo avevano trovato disteso su di una panchina della stazione. Dormiva avvolto nei vestiti che gli erano rimasti. Indosso non aveva documenti, non si ricordava chi fosse, né cosa facesse in quel posto. Era lì da un po’.
Le guardie lo avevano scortato all’ufficio della stazione. Il dirigente gli aveva posto delle domande, ma le sue risposte erano evasive. Continuando a interrogarlo, sembrava si facesse un po’ di luce nei suoi ricordi avvolti dalle nebbie.
Aveva perduto qualcosa oltre alla memoria, ma non sapeva cosa fosse.
Incuriositi da questo signore, provavano a condurlo all’ufficio oggetti smarriti: magari la vista di qualche accessorio perduto poteva aiutarlo a ricordare. L’impiegato era gentile e non si tirava indietro, anche se l’impresa sembrava subito ardua. Il dirigente e le guardie, vista la piega che prendeva la questione e dato che non avevano proprio del tempo da perdere, lo affidavano all’impiegato e si allontanavano per tornare ai loro impegni.
Ci voleva buona mezz’ora e, a furia di tirare fuori cose smarrite di tutti i generi: ombrelli, cappelli, cravatte, borse, cappotti, maglioni, calzoni, scarpe, orologi, etc. Improvvisamente, davanti un vecchio orologio da polso, con il cinturino in pelle, la cassa in acciaio, le lancette mezzo smontate e il vetro rigato, i suoi occhi sembravano illuminarsi, come se quello strumento adatto a contare lo scorrere del tempo potesse ricordargli qualcosa.
Lo aveva gettato contro un muro quando aveva perso il treno. Era un giorno lontano. Stava andando in un luogo ed aveva fatto tardi per colpa del traffico. Aveva preso apposta un taxi per fare in fretta e non perdere tempo a parcheggiare, perché guidava anche la macchina, una vecchia utilitaria che andava ancora a benzina super e che ansimava quando faceva le salite. Quel giorno c’erano stati diversi scioperi, manifestazioni e la città intera sembrava ricolma di gente nervosa ed impazzita.
Davanti una valigetta ventiquattrore in pelle si emozionava nuovamente. L’impiegato gliela porgeva con delicatezza. Era chiusa con la combinazione. Nessuno l’aveva potuta aprire per esaminarne il contenuto. Lui girava i numeri e componeva il codice. La serratura scattava all’istante. La apriva. Dentro era pieno di fogli formato A4, racchiusi con ordine in raccoglitori di plastica colorata. Erano quasi tutti scritti con caratteri a stampa. Erano presenti anche dei grafici che illustravano in modo sintetico l’andamento delle ipotesi di sviluppo. Era il risultato di uno studio approfondito che aveva eseguito per proporsi ad una Società come consulente. Quel giorno aveva un importantissimo colloquio di lavoro nelle alte sfere. Il treno non l’aveva aspettato.
Davanti ciò che restava di un telefonino, gettato con rabbia sui binari, quasi gli veniva da piangere. Aveva cercato di avvisare che aveva avuto una serie di contrattempi e che sarebbe arrivato con il treno successivo, ma la risposta, fredda e laconica, che ne aveva avuto, aveva raggelato ogni suo entusiasmo: “Se non giunge in orario, è inutile che venga, non verrà ricevuto!!”
L’impiegato iniziava a capire.
La cravatta era ancora annodata, tutta sgualcita e ritorta. L’aveva gettata in terra dopo essersela sfilata con rabbia, mentre già correva via da quei binari, che non l’avrebbero portato più da nessuna parte.
Non aveva ancora un nome, non se lo ricordava. Aveva cancellato anche quello per il dispiacere, quando aveva gettato via la giacca. L’impiegato gliela porgeva, dello stesso colore celeste di quella che aveva avuto quel giorno. La guardava: era proprio identica. La indossava: calzava a pennello. Un rigonfiamento sulla tasca interna attirava la sua attenzione. Istintivamente infilava la mano in quella tasca e ne tirava fuori un portafoglio, rimastovi dentro tutto quel tempo. Lo apriva e ne tirava fuori un documento.
L’impiegato chiedeva di poterlo vedere, glielo porgeva. C’era scritto un Cognome ed un Nome, l’apriva: c’era una foto, somigliante, anche se il viso sembrava più allegro. Era proprio il suo. L’impiegato leggeva a voce alta quel Cognome e quel Nome, lui rispondeva: “Sono io! Sono proprio io!”. L’impiegato aggiungeva:”Aspetti! Mi deve firmare per il ritiro degli oggetti!” L’altro: “Va bene!”.
L’impiegato su di un registro appuntava gli estremi degli oggetti che lo smemorato aveva riconosciuto e porgeva a lui la penna per firmare. Egli firmava, si rimetteva l’orologio al polso, si sistemava la cravatta, si metteva il telefonino in tasca e prendeva la valigetta per il manico. Il portafoglio con il documento li aveva già riposti nella tasca interna della giacca. Ringraziava l’impiegato per avergli custodito tutti quegli oggetti e per avergli restituito, insieme ad essi, anche la propria identità e la voglia di riprendere il cammino dal punto in cui si era interrotto.


( da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012 )

Racconto scritto per partecipare al Concorso Felice Daneo, Edizione 2010.

venerdì 22 febbraio 2013

UNA AMICIZIA LONTANA

da  http://mediterraneodiving.wordpress.com/2007/08/27/acqua-di-mare-amaro/


Era incapace di stare fermo, strepitava e si volgeva continuamente avanti e indietro, quasi indeciso se andare o ritornare sui suoi passi. Ero di nuovo davanti il suo incedere, quasi nel limite in cui giungevano le sue umide parole. Lambiva con i discorsi le punte delle mie scarpe. Avrei voluto rispondere con il calore delle dita, ritraendole al contatto con la sua freschezza, ma troppa era la fretta che pervadeva il mio tempo. Per lui quasi non aveva senso il trascorrere dei giorni, delle stagioni o degli anni se non nella differenza tra l’essere solo o circondato da bagnanti che gli andavano incontro. Ero stato anche io immerso nelle sue acque, a lungo nelle giornate dominate da un sole caldo e intenso, affascinato dalla frescura e dalla immensità che pervadeva da ogni punto ove lanciavo il mio sguardo ed in cui, regolarmente, lo ritraevo a stento, smarrito. Ne avevo solcato la superficie, per un mese intero, in ogni giorno dall’alba al tramonto, con un canotto che tutte le mattine gonfiavo, senza sentire la fatica e la sera, a malincuore, riponevo nella sacca. Venivo rapito dall’odore di salsedine che mi penetrava dalle narici, che inebriava i miei sensi fino all’entusiasmo e non c’era nulla che mi potesse trattenere dall’ebbrezza di infrangere la schiuma delle onde con la sola forza delle braccia, applicata con prometeica determinazione ai lunghi remi di legno. Quanto giovanile sprezzo del pericolo doveva agitare tutti i sobbalzi che faceva quell’esile scialuppa e quante volte la forza di quei cavalloni mi aveva respinto nelle giornate di burrasca, impedendomi l’ingresso e facendomi miseramente naufragare sulla battigia. Tanto avevo dovuto imparare e in fretta sugli umori dei suoi venti repentini e sulle correnti che trascinavano quella modesta imbarcazione ed il suo fragile contenuto lontano dai miei intenti. Nei giorni di bonaccia, era meraviglioso solcarne le acque, il rumore dei remi che fendevano la superficie, ne accompagnavano il placido movimento verso l’orizzonte e non era raro il ritrovarmi sperduto sopra acque profonde mentre la spiaggia con i radi ombrelloni si nascondeva alla vista. Giornate intere vi avevo trascorso, cullato dal suo dondolio, desiderando che il sole rallentasse il lento declinare per farmi assaporare il più a lungo possibile l’intensità di quegli attimi di spensieratezza. Ne sentivo il soffio, disteso sul fondo di quella imbarcazione, mentre tenevo appena i due remi con i polpastrelli raggrinziti, nello sciabordio delle sue acque. Quanto sudore e quanta salsedine aveva indurito la mia pelle sempre più scura, man mano che trascorrevano le settimane. Le grida dei gabbiani accompagnavano le mie lunghe remate oltre la linea delle barche dei pescatori e respiravo intensamente quella sconfinata distesa azzurra, quasi trattenendola tra gli alveoli. Il momento più difficile era il rientro, un po’ perché mi dispiaceva scendere da quel mondo sospeso, un po’ perché le onde che a largo si intravvedevano appena, scivolare lievi sotto la chiglia, facendola leggermente sussultare, nei pressi della spiaggia si infrangevano con spettacolari riavvolgimenti di flutti colmi di schiuma e di schizzi, trascinando in questo gioco tutto quello che si trovavano sopra e davanti. La riva era anche il luogo più affollato di gente, dove quasi tutti si fermavano ad incontrarlo ed era problematico trovare un varco per l’approdo senza rischiare di urtare, o peggio investire qualcuno, mentre era meno governabile l’imbarcazione. Avevo dovuto imparare a rientrare. Era stato un maestro nel farmi capire dove mi dovevo indirizzare. Quelle volte che non gli avevo dato ascolto, era stato anche capace di farmelo notare, sempre con la sola forza delle sue parole fatte di ondosità e, nonostante la testardaggine della mia ostinazione, avevo dovuto obbedire. Ora lo guardavo come si guarda un vecchio amico, dopo tanto tempo che non lo si vede. In silenzio, gli occhi spinti nel più profondo dei suoi orizzonti a cogliere in un attimo tutta la sostanza di un vissuto. Con le orecchie spalancate a quel leggero vento, ne percepivo i sussurri e con il naso e la bocca aperta ne inspiravo in pieno il senso, inebriando ancora una volta il mio animo, che sussultava nuovamente, nonostante il torpore di una vita relegata tra gli spazi angusti di una metropoli. Il canotto giallo non c’era più, forato e riparato più volte con amorevole pazienza, era infine rimasto per anni in soffitta, dove il tempo ed i topi ne avevano facilmente dilaniato la pur robusta gomma. Quando finalmente lo avevo ricercato e tirato fuori dalla sacca, srotolandolo in tutta la sua lunghezza, avevo capito con profondo dispiacere che quella meravigliosa esperienza non si poteva più ripetere. Ne avevo anche comprato un altro e avevo provato a solcare le acque, ma non era la stessa cosa: non solo il colore o la conformazione erano diversi, tutta l’aerodinamica mutava e con essa la forza necessaria per imprimere il movimento. L’eleganza dell’altro era ormai persa, questo sembrava una gigantesca ciambella, gonfia fino all’inverosimile e con la prua eccessivamente ricurva, adatta più ad infrangere l’impeto delle ondate in riva, che a navigare placidamente sopra una distesa tranquilla. Era ancora giovane questo giorno, la spiaggia sgombra di tutti i bagnanti che l’avrebbero affollata. Lui placido rifletteva ciò che vi si specchiava: il cielo, il sole, alcuni voli d’uccelli. In mano non avevo che pochi granelli di sabbia e li liberavo, facendoli cadere verso l’acqua, quasi un saluto ad un’amicizia profonda, ma così lontana. Camminando incontro alla strada guardavo i sorrisi di coloro che arrivavano, tutti rivolti a lui, alla sua immensità, che tanto ritemprava. La macchina mi aveva nuovamente imprigionato e mi conduceva verso quei piccoli spazi ristretti in cui avevo riposto il seguito della mia vita.


(da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012)


Il presente racconto era stato scritto per partecipare al Concorso "Racconti dal Mare" Edizione 2011, organizzato dal Comando delle Capitanerie di Porto.

mercoledì 20 febbraio 2013

UNA MINESTRA TROPPO LIQUIDA


da  http://www.reedo.org/blog/la-cucina-del-futuro-e-super-ecologica


Avevo voglia di preparare una pietanza diversa da quelle insipide e già pronte di tutti i giorni, sfornate dall’extra-onde automatico attraverso il software cucina macro-matica. Lo spunto lo avevo preso scartabellando l’archivio elettronico  di famiglia contenuto nei cubi-rom. Tra i miei antenati doveva esserci stato una sorta di “cuoco”, che si dilettava a innestare ingredienti per confezionare sapori che sapevano allietare il palato di coloro che poi se ne sarebbero cibati. Infatti, vi era un numero rilevante di istruzioni per preparare diverse pietanze. Vi erano anche delle foto che mostravano il risultato finale di ogni piatto preparato, certo nulla di paragonabile agli odierni ologrammi tridimensionali, che fornivano l’illusione della contemporaneità dell’oggetto presentato. Il profumo, purtroppo, era irrimediabilmente perduto. Se all’epoca ci fossero state le attuali apparecchiature per conservarle, si sarebbero potute riavere le immagini in tutta la loro profondità, anche in termini olfattivi. Per l’occasione avevo anche rispolverato la pesante pentola in acciaio inossidabile, cimelio di un’epoca in cui ancora si cucinava. Reperire tutti gli elementi non era facile: molte essenze vegetali, complici i notevoli mutamenti climatici e ambientali intercorsi, si erano nel frattempo estinte. Fortunatamente nel sistema sintetico erano archiviate le catene del DNA di tutte le piante conosciute ed era possibile in poco tempo riprodurne artificialmente i frutti. Come per magia dal plasmatore molecolare riprendevano vita ortaggi e verdure ormai scomparse. Così zucchine, carote, patate, cipolle, prezzemolo, sedano, bieta, verze, comparivano e non dovevo far altro che tagliarle a pezzetti e versarne i frammenti in pentola. La ricetta prevedeva anche altri ingredienti che non era possibile riprodurre: la buccia di parmigiano restava solo un sogno, l’olio extravergine di oliva si surrogava con quello di sintesi e l’acqua, ormai introvabile, si ricostituiva in base alla sua formula chimica. Faticavo più del previsto per cuocere il tutto, ma alla fine ero soddisfatto e lo servivo in tavola. Mia figlia era la prima a chiedere come mai si mangiasse in quei buffi tondi colorati. “Si chiamano piatti”- Le spiegava mia moglie – “Quando avevamo la vostra età, a volte ci mangiavamo dentro !”- E poi spiegava: “Vostro papà ha voluto preparare una sorpresa per tutti noi, facendoci assaggiare una pietanza molto antica, che ha trovato nella vecchia memoria elettronica di famiglia!”- Mio figlio, dall’espressione del viso non pareva contento e stava quasi per sbuffare, come suo solito quando gli toccava obbedire ad un qualcosa che non avrebbe voluto fare, invece, un attimo dopo iniziava a ridere di gusto e diceva, senza mezzi termini: “Questo piatto se l’è fatta sotto!”- La madre lo stava per richiamare e aveva già assunto un tono severo, sennonché la sorellina irrompeva nel mezzo del discorso con la solita irruenza delle sue irrefrenabili parole:” Pure il mio! Guarda mamma, pure il mio!” – Purtroppo non erano solo i loro ad aver bagnato il tavolo, anche dai nostri fluiva copioso il liquido che prima vi era contenuto. Evidentemente i piatti, che erano in materiale organico vegetale bio-commestibile, retaggio del periodo post-plastico e che risalivano a decenni prima, avevano perduto buona parte delle proprietà contenitive originali.
A bagnare aveva bagnato, ma non la tavola. Era lui tutto sudato, forse la sera prima aveva mangiato troppo ed aveva faticato a digerire, facendo questo sogno del tutto inverosimile.



(da www.racconti occasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012 )

Racconto finalista al Premio Racconto Bonsai edizione 2011, e pubblicato nel volume "SCRITTO E ...MANGIATO - Racconti di vita e di sapori", a cura di B.Cordes e A.Trimarco edito da Giulio Perrone S.r.l., Roma maggio 2011, pag 57.

martedì 19 febbraio 2013

Un granchio


da  http://hotelsmenaggiolagocomo.it/grandola-ed-uniti/



“Avevo … appena … preso …” – A fatica ero riuscito a tirare fuori quelle parole e altre ne avrei dette se non fossi stato interrotto da:“Un’otto !!???”-  Del mio interlocutore. - “Si … volante !!!”- Ribattevo con un filo di voce, stizzito e intanto pensavo al fastidio che provavo nell’essere seduto lì, assediato da un’impazienza personificata che, nonostante i capelli bianchi e le rughe simili alle mie, sprizzava energia da quegli occhi vispi e non mi lasciava nemmeno il tempo di dire tutte le parole che avrei voluto. Per tutta la durata di questo ultimo pensiero ero rimasto con gli occhi persi nel vuoto, come se stessi cercando conforto, ma intorno a me non avevo minima comprensione. Evidentemente questo lasso intercorso lo aveva infastidito, perché con voce ancora più impaziente e venata di acredine continuava:”Allora!? Si può sapere che avevi preso??” – E io: “Me … lo … hai … fatto … dimenticare!! … Aspetta … ma … di … cosa … ti … stavo … parlando?”- E lui solerte: “Di quella volta che stavi …”- Lo interrompevo alzando lentamente un braccio e lasciando uscire con un filo di voce le parole:“Adesso … ricordo!!”- Mentivo, non me lo ricordavo affatto, ma ne valeva la pena per provare il gusto di arrestare, almeno per un attimo quell’incontrollato fiume di parole. - “Allora? Sto aspettando!! Di cosa mi stavi parlando?” Continuava – “Me … ne … sono … dimenticato!!” – Rispondevo fioco, ponendo termine a quell’attesa. Non potevo negare oltre. Lo vedevo rabbuiarsi, come il cielo in quelle stagioni in cui le nuvole si divertivano a coprire il sole e, nonostante lui si riaffacciava dai più piccoli pertugi, loro erano sempre pronte a richiuderli un attimo dopo, non lasciando spiragli. - “Non è possibile!!!”- Riprendeva con l’aria decisamente imbronciata. Anche lui, stranamente, si era dimenticato di cosa stavamo parlando. La memoria spesso mi lasciava sul più bello, ma da quel poco che rammentavo della mia vita potevo desumere che di certo non era la scuola l’argomento della nostra precedente conversazione, né tantomeno le montagne russe o le attrazioni da Luna Park. Di voti buoni non ricordavo di averne collezionati, meno che mai otto. Non ero un sarto, avevo una certa difficoltà a ritrovare i fili quando venivo interrotto. Sovente mi alzavo, con estrema lentezza e iniziavo a girare, sperando di trovarne brandelli tra i passi che facevo, anche in tondo, seguendo apparenti e invisibili tracce.- “Dove stai andando?”- Mi apostrofava vedendomi in piedi, quasi barcollante – “Provo … a … ricordare!” Rispondevo appoggiandomi al fedele bastone, quando già i miei passi mi avevano distanziato dalla sedia dove ero seduto prima. –“Non stare via molto!Non uscire in giardino, !”- Parlava guardando un rivista che aveva in mano e che riprendeva a sfogliare, immergendosi nelle immagini che vi erano riprodotte. Le sue parole erano rimaste sospese nei pressi delle mie orecchie senza raggiungerle, il mio sguardo era già rivolto altrove. Il giardino era ben disposto ad accogliermi, i suoi angoli erano tutti curati con attenzione e non sembrava possibile trovarne di poco educati. Solitamente vi si poteva andare solo accompagnati dal personale e in determinati orari stabiliti dalla direzione. Infermieri non se ne vedevano in giro, nessuno mi aveva visto varcare la soglia e scendere quei pochi gradini con l’aiuto del nodoso sostegno. Potevo percorrere con libertà quei vialetti circondati da siepi odorose che richiamavano con i loro espansivi profumi stagioni più inebrianti. Il Laurus nobilis rifletteva il colore verde che aveva addosso e lo riversava senza tanti complimenti, complice il sole intenso, su chiunque gli capitava vicino. Inevitabile che me ne trovassi cosparso. In altre circostanze mi sarei risentito, invece la cosa mi faceva inspiegabilmente piacere. Sentivo la vicinanza di quel vegetale che arrivava ad entrare in sintonia con ciò che vivevo dentro. –“Un granchio!... Avevo … preso … un … granchio! … E … bello … grosso!”- Mi ricordavo all’improvviso e, senza rendermene conto lo avevo pensato a voce alta. Intorno non avevo esseri che potessero udire e rispondermi allo stesso modo. Un sottile fremito delle foglie mi giungeva alle orecchie. Era l’Alloro che in qualche modo restituiva la cortesia delle mie parole con l’unico mezzo con cui poteva rispondere, complice il vento. Sorridevo, era come se quella pianta che avevo accanto, con pazienza, accompagnava e sosteneva con la sua ininterrotta presenza il mio incerto passo. La siepe mi conduceva da un suo antico amico, un Quercus Ilex: non dovevo far altro che seguirla. Dopo poco, egli mi appariva in tutta la sua grandezza, proprio al centro di uno spiazzo, ricoperto dallo stesso brecciolino dei vialetti. Il suo tronco era percorso da rughe profonde, come quelle che caratterizzavano ormai tutta la mia pelle. Barcollando mi allontanavo dalla siepe e, con l’aiuto del bastone, raggiungevo il tronco, appoggiavo dolcemente quel sostegno alla corteccia e toccavo con le mani tremanti quella superficie, accostandomi per abbracciarla, come da tempo non riuscivo più a fare. Percepivo un’incredibile sintonia tra il mio essere ed il suo, un calore affettuoso che pervadeva da quel contatto di corpi, difformi, ma al tempo stesso similmente abbarbicati alla vita, fin dal profondo delle radici, che anche io, in qualche modo possedevo, pur non mostrandole. Era in quel momento che scaturiva la sensazione irrefrenabile di voler sciogliere i legami che mi tenevano ancorato e desideravo con tutte le mie forze riversarmi in un altrove. Passava solo qualche attimo, un lieve fremito attraversava il tronco sul quale premevo il mio corpo e poi mi sentivo risucchiare, non solo nell’animo, ma con l’intero mio essere, come se nuovamente entravo a far parte di qualcos’altro e questo mi rendeva felice.
Dentro avevano notato la sua assenza e all’ora di cena si era resa evidente. Erano corsi in giardino a cercarlo, anche se tutti sapevano che non vi era consentito uscirvi non accompagnati. Seguendo il brecciolino avevano lambito l’Alloro e ne avevano percorso il suo prolungarsi fino allo slargo della quercia. Qui avevano notato il bastone, delicatamente appoggiato al tronco dell’albero, come se vi fosse stato appena lasciato da qualcuno che di lì a poco dovesse tornare. Avevano frugato in mezzo agli arbusti limitrofi, pensando che si fosse nascosto, ma, per quanti sforzi facessero, non c’era verso di cavarne nulla: si era proprio volatilizzato. Perfino le tracce del suo passo trascinato si arrestavano nei pressi del vecchio tronco.
Nessuno aveva reclamato. Il suo letto era stato subito occupato da un altro anziano e le sue poche cose buttate. Solo il suo interlocutore rimaneva con la curiosità di sapere cosa avesse voluto dire. Un pomeriggio si faceva accompagnare in giardino e si sedeva sulla panchina, nei pressi della grande quercia. Rimasto solo, gli veniva la curiosità di chiedersi a voce alta: “ Chissà cosa aveva preso?” – Mentre volgeva il suo sguardo verso quel tronco rugoso, la risposta non si faceva attendere:” Un granchio! … Avevo … preso … un … granchio! … E … bello … grosso!!” - Sobbalzava sul posto dove era seduto. Era la sua voce, era proprio la sua voce, ma di lui non vi era traccia. Seguivano altre parole: “Avevo … regalato … tutto … ai … nipoti … e … loro … per … ringraziarmi … mi … avevano … chiuso … qui! … Anche … se … non … volevo! … Per … questo … me … ne … sono … andato!!”- Non si udivano altre parole. L’infermiere era tornato a riprenderlo: era quasi ora di cena. Un leggero vento faceva oscillare appena le foglie di quei grandi rami. Non sapeva se aveva sognato o se quelle parole le aveva veramente udite.



“Ogni uomo anela più che altro la libertà di uscire dall’ambito in cui è rinchiuso. Quando ciò non è più possibile la sua mente cerca fantasticamente una strada per farlo. Sottrarre anche quest’ultima possibilità equivale a condannare a morte quello che ne rimane.”



(da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012 )

sabato 16 febbraio 2013

IL LIBRO


da  http://money.wired.it/finanza/2012/06/18/un-tesoro-di-libro-32455.html


“Noi siamo ciò che ci immaginiamo di essere. Bisogna stare attenti alla propria immaginazione, a non lasciarla troppo a briglia sciolta, altrimenti si potrebbe non riuscire a ritornare indietro.
Non vorrei spaventarvi, né sembrare poco attendibile, ma desidererei raccontarvi quello che mi è capitato.
Me ne stavo appollaiato proprio sul culmine dei miei pensieri, seduto su una sedia con le braccia posate sul tavolo. Ero indeciso se aprire quella copertina impolverata che avevo davanti. Sentivo il bisogno di scambiare due parole con qualcuno, anche diacronicamente. Le pagine più che ingiallite erano consunte e faticavano a girarsi sotto le mie dita, quasi stanche. I polpastrelli scivolavano su tutti quei granelli che ne avvolgevano la superficie e che si frapponevano tra lo scritto e gli sguardi dei lettori, annebbiandone la nitidezza dei margini. Le parole, mezze cancellate, sminuzzavano i loro significati in lamentevoli balbettii che a stento potevano venire ricomposti. L’autore aveva vergato con tratto deciso quei fogli, ma il tempo ne aveva sfumato  il senso e gli occhi faticavano ad udirne la voce.
La biblioteca era semi deserta. I cartelli facevano bella vista dei dettami che vi erano riportati ed incutevano adeguato rispetto. Le poche persone presenti, sparse con accuratezza nelle varie sale che ne componevano gli ambienti, non lasciavano trapelare della loro parvenza che vaghi rumori che scaturivano unicamente dal delicato sfogliarsi delle pagine di quei volumi centenari. Erano perlopiù studiosi, eruditi che cercavano conforto e conferme alle loro ricerche minuziose. Nessuno si sarebbe mai sognato di provocare il benché minimo trambusto: perfino i tarli, che numerosi assediavano il legno antico delle librerie, dei tavoli  e delle sedie, testimoniato dai numerosi e piccolissimi buchi che ne traforavano la superficie, lo facevano con tatto e delicatezza, quasi sottovoce per non infastidire, non solo l’attenzione dei lettori, ma il rispetto del silenzio che quegli ambienti esigevano.
La luce del giorno penetrava a fatica, non tanto per la ristrettezza delle aperture dei muri che separavano dall’esterno, né tanto meno per lo spessore di questi, pur notevole, quanto piuttosto per le schermature che vi erano poste davanti, proprio allo scopo di impedirne il più possibile l’ingresso. La ragione era semplice: una illuminazione eccessiva avrebbe potuto provocare un inevitabile innalzamento della temperatura. Solo un lieve pallore testimoniava la presenza di finestre, la luce, quella elettrica, controllata per intensità e calore proveniva unicamente da apposite apparecchiature, calibrate, per non interferire, né con i libri, né con le persone, creando al tempo stesso gradevoli sensazioni di chiaro-scuri.
Sarà stato forse l’alternarsi dei chiari e degli scuri provocati da quei congegni puntiformi, concentrati ad illuminare prevalentemente sui tavoli o la stanchezza nel seguire a fatica il senso delle parole che stavano scritte di pugno e semicancellate su quei fogli così ingialliti, fatto sta che ad un certo punto mi sembrava che qualcuno mi stesse apostrofando. Succedeva subito dopo un mio sbadiglio. Mi ridestavo dal torpore, ritrovando in un istante tutta l’attenzione. All’inizio non mi sembrava possibile: un attimo prima avevo staccato gli occhi dalla pagina e mi ero voltato non vedendo nessuno nei paraggi. Risentivo quella voce: “ Non mi si vorrà addormentare proprio adesso?!?” – Rialzavo lo sguardo alla ricerca del possibile autore di quella domanda. Intorno non avevo nessuno, né davanti, né dietro. La sala dove mi trovavo continuava ad essere deserta. – “Devo essere proprio stanco!” – Pensavo – “Mi immagino pure che qualcuno mi parli!”
Stavo per rassegnarmi alla convinzione che fosse la sonnolenza a giocarmi brutti scherzi e che fosse il caso che me ne uscissi a respirare un po’ di aria fresca, quando, proprio nel momento in cui le mie mani iniziavano a richiudere il volume, sempre con estrema cura e attenzione, la voce si riaffacciava e questa volta con più impeto:” Ma come abbandona la lettura nel bel mezzo?!!Ma che dico quasi al principio??”- Non potevo non sobbalzare sulla sedia: un po’ per la sorpresa ed il resto per il fatto che non ne individuavo la fonte. –“L’avrà letto, che dico, biascicato si e no per una dozzina di pagine e tra uno sbadiglio e una pennichella!!”- Il tono, oltre che ricolmo d’impeto, assumeva una significativa venatura ironica, quasi sarcastica. Avrei voluto rispondere. In diverse circostanze l’avrei anche fatto.
Ammettevo che come lettore non avevo tenuto un comportamento dignitoso nei confronti dell’opera che avevo sotto gli occhi, ma un momento di deconcentrazione poteva esserci per tutti. Il problema era duplice: da un lato c’erano i cartelli che esigevano il silenzio, dall’altro non vedevo interlocutore, anche se all’improvviso lo sentivo. Lasciavo il libro aperto sul tavolo e provavo ad allontanarmi per cercare qualcuno a cui chiedere spiegazioni per queste voci improvvise. Dopo un paio di passi, una voce da dietro mi giungeva come un dardo nei padiglioni auricolari: “ Che fa si allontana!! Guardi che il libro va riposto!!”- Facevo di si con la testa e intanto proseguivo, senza voltarmi, verso la prima apertura che mi capitava. Oltrepassavo il varco con un senso di liberazione mentre la voce ancora mi reclamava: “ Che tipo!! Se ne va senza dare ascolto!!”-
Nell’altra sala ritenevo ci fosse qualcuno, dato che prima avevo sentito scartabellare delle pagine, invece non c’era alcun lettore. Vi era un libro, antico come quello che stavo consultando, aperto anch’esso e che sembrava si stesse sfogliando, da solo, come se taluno lo stesse leggendo, ma assolutamente trasparente o del tutto invisibile. Perfino le pagine si muovevano in un certo modo, sollevando prima l’angolo in basso e rigirandosi una ad una e dando il tempo di venire lette. Mi avvicinavo per vedere, per verificare se ciò che mi era parso potesse esserlo anche da vicino. Avevo l’impressione di essere osservato e non mi sbagliavo. Le pagine avevano smesso di voltarsi ed una era rimasta in sospeso con l’angolo in basso a destra, leggermente sollevato rispetto al resto del foglio, come se chi la stava leggendo si fosse girato a guardarmi. Sentivo un ammonimento, asciutto e deciso:”Guardi che non è cortese importunare le letture altrui!!- E, dopo un attimo di pausa riprendeva, con un tono più dolce:” Nell’altra sala c’è qualcuno che la cerca!!”-
Sussultavo per la sorpresa di quella voce improvvisa e mi ritraevo sui miei passi, non prima di aver fatto un cenno di scuse con le mani e con il capo.
La biblioteca iniziava a pullulare di suoni, nonostante i cartelli in bella mostra! Cominciavo a chiedermi a chi fossero rivolti tutti quegli inviti a trattenere le parole. Udivo ancora la prima voce nell’altra sala che continuava a richiamare la mia attenzione:”Guardi che ha lasciato un libro, un libro aperto sul tavolo! Non è educato!!”- Anche il tono si faceva sempre meno comprensivo. Non riuscivo a capacitarmi. Avevo oltrepassato un’altra apertura e mi ero immesso in un’ulteriore sala. La mia necessità di trovare conforto in un altro essere umano iniziava ad assumere i connotati della disperazione. Sul grande tavolo non vi erano libri aperti e nessuna persona che si accingeva a sedersi su una delle sedie che lo attorniavano. Gli scaffali che erano posti lungo le pareti non avevano vetri che proteggessero i tomi che vi erano ordinatamente contenuti.
Lambivo la superficie dei ripiani poiché una sedia era rimasta discosta dal tavolo ed occupava gran parte del passaggio. Al mio passare sentivo un forte starnuto provenire dalla terza fila della scaffalatura ed un libro cadeva a terra, aprendosi a caso, con un tonfo attutito appena dalla moquette del pavimento. Subito un grido accorato mi faceva trasalire in fretta dai miei pensieri. Non facevo in tempo a riavermi che un’altra voce si interponeva lungo il mio desiderio di allontanarmi: “Guardi che ha combinato! Perché non guarda dove cammina? Se la sedia era stata lasciata in mezzo un motivo c’era!” – Avrei voluto rispondere, ma proprio dove si era posato il mio sguardo un altro cartello, ancor più rigoroso dei precedenti, riportava un indice posto davanti ad una bocca chiusa, mentre una scritta urlava:”SSSHHHH!!!” – Facevo dei cenni di contrizione per far capire che mi dispiaceva tantissimo per tutto quello che era successo.
Udivo un nuovo starnuto e sentivo un altro libro cadere, questa volta sul mio piede, sempre dalla terza fila della scaffalatura. Istintivamente avrei voluto urlare per il dolore che la mia povera estremità destra mi trasmetteva: doveva essermi caduto una sorta di trattato, vista la voluminosità del tomo. Mi sbagliavo, era un enciclopedia. Era appena il primo volume. Al quinto avevo realizzato che mi dovevo allontanare al più presto se non volevo ritrovarmeli tutti e venticinque sui piedi. Stringendo i denti avevo superato la tentazione di gridare ed avevo guadagnato un po’ di distanza da quella scaffalatura. Una targhetta, collocata esattamente al centro di quel famigerato ripiano, evidenziava una scritta che in parte rispondeva a tutti gli interrogativi che gli ultimi vorticosi eventi mi avevano impedito di pormi: “ALLERGIE VARIE !”
Evidentemente il mio passaggio troppo ravvicinato aveva sollevato qualche allergene depositato sulla moquette del pavimento o nei pressi, mediante un mulinello d’aria al mio transito. Di conseguenza quei volumi, evidentemente sensibili a quelle sostanze, dato l’argomento che trattavano, avevano dimostrato gli effetti della allergia con vigorosi starnuti che ne avevano fatto perdere la precedente collocazione nella libreria. Resomi conto della situazione e non vedendo nessun addetto nei pressi, mi sembrava giusto ricollocare i tomi caduti e mi riavvicinavo. Non l’avessi mai fatto! Subito una voce alterata gridava:”Ma che fa si riavvicina??Per carità! Non le è bastato quello che ha combinato??”- Con il tomo numero cinque in mano e mentre tentavo di riporlo nello scaffale, mi beccavo l’espirazione forte e rumorosa in piena faccia, mentre, nel giro di pochi secondi e preceduti da altrettanti starnuti si precipitavano ai miei piedi i volumi dal sesto al quindicesimo, anticipati di un soffio dal quinto che mi cadeva sull’arto sinistro.
Riuscito, non senza sforzi erculei a liberare il piede destro dalla catasta di tomi che aveva sopra, mi allontanavo da quella micidiale trappola di libri a starnuto, mentre la stessa voce diceva:”Finalmente l’ha capito che deve stare alla larga! Questi sono libri allergici!!”-Con i piedi ancora doloranti iniziavo a pensare che l’allergizzante dovevo essere io, nonostante il mio amore per il leggere. Ovviamente il mio sguardo cadeva sul cartello affisso nei pressi e che, accanto ad un braccio disteso, la cui mano chiusa a pugno, tranne l’indice teso, invitava ad uscire dalla sala, riportava la seguente scritta: “SE NON SAPETE NON PROVOCARE RUMORI MOLESTI, SIETE INVITATI AD USCIRE DA QUESTA SALA !!!” – Accoglievo volentieri l’invito e proseguivo l’esplorazione di quella sempre più enigmatica biblioteca. In lontananza si udiva ancora La prima voce: “Guardi che non è educato lasciare a metà una lettura!!” – Cercavo di ricordare che argomento trattava quel libro che avevo abbandonato.
Per quanto mi sforzassi non ci riuscivo. Più ci pensavo, più mi tornava in mente quella prima voce e mi rammentavo per quale motivo ero andato via da quella sala: stavo cercando altre persone. Finora la mia ricerca sembrava essere del tutto vana. Eppure entrando dovevo pur aver visto qualcuno. Chi mi aveva consegnato quel libro? Ma da dove ero entrato? Cercavo di fare mente locale, ripercorrevo a ritroso tutti i miei passi: il cartello con il braccio teso, i tomi caduti sui piedi dopo gli starnuti, la sedia in mezzo al passaggio, il cartello con l’indice sulla bocca, il libro che si sfogliava da solo in mezzo ad un grande tavolo, il libro che stavo leggendo. Ecco, prima di quel libro non ricordavo nulla. Era come se tutto iniziava da quel punto. Ma lì come c’ero arrivato? Cominciavo a preoccuparmi seriamente. Mi sembrava di essere finito in una sorta di labirinto da cui non si riusciva ad uscire. A differenza di quello però gli ambienti non erano stretti e soffocanti e c’era la possibilità di leggere tanti volumi.
Quest’ultima supposizione però la vedevo smentita nella sala successiva. Entravo nella prima apertura che trovavo; al posto di uno grande, come nella precedente, c’erano dei piccoli tavoli, ognuno con una sedia davanti ed una luce accesa che illuminava il libro che vi era collocato sopra il ripiano. Ero attratto da tutti quei libri chiusi e mi avvicinavo ad ognuna di quelle scrivanie per leggere i titoli ed aprire i volumi. Per quanto provassi non c’era verso che ci riuscivo: i tomi nascondevano i titoli e non si lasciavano sfogliare nemmeno ad implorarli, ovviamente a gesti perché i soliti cartelli impedivano qualunque espressione vocale. Una voce categorica però si sentiva. Non so da dove proveniva, ma era molto incisiva e perentoria: “Chi lascia un testo a metà, non ha il diritto di principiarne altri! Nemmeno può compitarne i titoli!!”-
Mi sembrava una persecuzione. L’intera biblioteca mi obbligava a proseguire la lettura interrotta. Avrei voluto giustificare il mio comportamento: non avevo interrotto per disprezzo, avevo solo necessità di prendere una boccata d’aria e poi avevo udito quella voce, senza vedere nessuno e tutte le altre. Stavo solo cercando altre persone, perché iniziavo a provare un crescente senso di solitudine. Per carità, stare in compagnia di tanti libri non poteva che farmi piacere, però sentivo il bisogno di trovare anche dei miei simili. Da quando erano state inventate le biblioteche, non erano state popolate solo dai libri, ma anche dai lettori che vi andavano per via dell’amore che nutrivano per i libri che in esse erano contenuti. Come facevo ad esprimere tutti questi miei pensieri senza pronunciare alcuna parola? Mi rispondeva a modo suo un cartello: il solito braccio disteso con l’indice allungato ed il resto delle dita chiuse accompagnava una scritta, una volta tanto permissiva:
“CHI AVESSE VOGLIA DI DIRE QUALCOSA, PUO’ ESPRIMERSI NELLA SALA MIMI!” Ormai non mi sorprendevo più di nulla. Varcavo una soglia e scostavo una tenda spessa e scura, come quelle che si incontrano all’ingresso delle sale cinematografiche. Invece di accedere ad una sala di biblioteca, mi scoprivo su di un palcoscenico. Appena arrivato si accendevano dei faretti e mi ritrovavo illuminato ed al centro della scena. Il panico era inevitabile: non ero avvezzo a simili esibizioni. Recuperavo a stento il filo di quello che avrei voluto dire e iniziavo a mimare le frasi che avrei voluto esprimere a parole con gesti il più possibile comprensibili. Non vedevo che pubblico era in sala: la luce dei faretti mi abbagliava al punto da non farmi vedere oltre il limite della pedana su cui gesticolavo.
Al termine di quella mia esibizione, calava il sipario, senza alcun applauso e non si rialzava. Stavo perdendo le speranze, quando un evidente e rumoroso sfogliarsi di pagine, proveniente da dietro quella stoffa scura e pesante, testimoniava un particolare apprezzamento da parte di un qualche pubblico. In più l’accensione di un faretto, direzionato verso il sipario stesso metteva in luce un cartello che indicava la direzione da intraprendere alla mia sinistra. Oltrepassavo titubante quell’ulteriore apertura. Ero in un mondo di libri e, volente o nolente, mi dovevo adeguare alle loro regole.

Mi sentivo scuotere. Una voce mi diceva:”Signore, Signore!! Ma cosa fa, mi dorme sul libro antico?? Si svegli, che lo rovina!!” – Mi ridestavo. Aprivo gli occhi tirandomi su. Intorno risatine accompagnavano il mio risveglio. C’erano altre persone e mi guardavano. Riconoscevo la sala con il tavolo grande e delle sedie intorno. Era la sala dei Codici. Quella dove ero seduto al principio, per consultare quel grande libro. Stavo preparando la Tesi di Laurea ed ero venuto in questa fornita biblioteca per completare il reperimento del materiale. L’inserviente non aveva certo molto tatto nel destarmi: a lui interessava che non si fosse rovinato il libro. Per fortuna, come dicevano altre persone presenti, solo da pochi istanti mi ci ero posato sopra, dopo aver pencolato per alcuni minuti il capo, in evidente stato di spossatezza.
Adesso mi si chiariva tutto. Era stato un sogno. Incredibile, assurdo, deformante, ma solo un sogno. Non c’erano più le voci, i libri che si sfogliavano da soli o che cadevano starnutendo sui piedi, i cartelli con le braccia, le bocche, i pugni chiusi e gli indici tesi. Alcuni cartelli vi erano, ma discreti nell’invitare i lettori al rispetto del silenzio, per favorire la concentrazione con semplici e gentili frasi. Non vi era la moquette ad attutire i passi. C’erano i lettori, per fortuna, tanti miei simili che ancora frequentavano questa biblioteca. L’inserviente aveva ripreso il libro, lasciando sul tavolo il mio blocco degli appunti dove avevo iniziato ad annotare le notizie rilevanti che vi avevo trovato. Richiudevo le mie cose nella borsa che avevo lasciato nell’armadietto lungo il corridoio vicino all’ingresso, dopo aver ripreso il documento dall’addetto alla registrazione dei visitatori e finalmente varcavo l’uscita. Non mi sembrava vero ritrovarmi fuori. Vedevo il cielo azzurro, la luce del sole e potevo muovermi liberamente lungo i marciapiedi e ritornare a casa …
Ma quale casa? Avevo nuovamente immaginato!! Come facevo ad andare a casa se non avevo le gambe? Avrei voluto dire qualcosa, ma le mie parole erano già tutte scritte. Avevo decine di pagine fitte di lemmi e di punteggiatura, così come tanti miei simili e tutti insieme abitavamo in questo grande condominio costituito di scaffalature, suddivise per generi, per argomenti e per fasce d’età di lettori. Insieme aspettavamo di essere letti, ma era sempre più raro che qualcuno ci prendeva in mano. Quelle poche volte che ciò avveniva sembrava che il mondo poteva rinascere e rifioriva negli occhi avidi che si nutrivano di quelle parole e che si illuminavano radiosi immaginando l’universo immenso che vi era racchiuso dentro.
Poi mi ricordavo. Una volta avevo scritto un libro, piccolo, ricolmo di parole, ordinate secondo un senso che allora mi era sembrato giusto. Non immaginavo davvero che alla lunga ci sarei finito dentro, rimanendo prigioniero di quello che ci avevo messo e che non avrei potuto cambiare più nulla, nemmeno una virgola!
A saperlo non l’avrei concluso con un punto fermo, ma avrei lasciato a metà il discorso, con tre puntini o con una parentesi aperta, tenendo anche delle pagine bianche per far capire che avrei voluto aggiungere dell’altro e che me ne era mancato il tempo. In quarta di copertina in poche righe era riportata l’esile ampiezza della mia parabola letteraria bloccata sulla carta. L’editore però era stato perentorio: “La carta costa e non se ne può lasciare in più!”- ed aveva rincarato: “Quella bianca è un lusso che non mi posso permettere. Di questo passo chiunque può aggiungere altro  senza che gli si possa chiedere di renderne conto. Troppo comodo avere un luogo dove si è liberi di scrivere e modificare a seconda di quello che si sente di voler dire!”- Non senza una punta di malcelata soddisfazione aveva concluso:”Pubblicare vuol dire cristallizzare in un oggetto unico e immodificabile, quasi fosse una pietra preziosa, il contenuto di un percorso compiuto ed espresso attraverso lemmi articolati in concetti trattenuti dalla punteggiatura e dall’inevitabile asciugarsi dell’inchiostro sui fogli imprigionati dalla rilegatura. Ogni autore ne è a conoscenza. Il  prezzo che deve pagare per sperare di raggiungere la notorietà è nel rinunciare alla libertà di disporre delle sue parole una volta stampate. Non sono possibili ripensamenti!” Avevo commesso la leggerezza di non aver dato il giusto peso a quelle affermazioni.
Se tante volte vi venisse lo sghiribizzo di immaginare, lasciate stare, non sapete quello che può capitarvi. Se proprio non avete di meglio da fare, fatelo pure, ma sappiate: è a vostro rischio e pericolo. Vi ho avvisato.
Quando vi capita venite a trovarmi, sono sempre in biblioteca.”

Il lettore non ci aveva capito molto. Aveva preso per caso quel libro e lo aveva letto, più che altro incuriosito dal titolo “Noi siamo ciò che ci immaginiamo di essere”. Seduto in un angolo nascosto, illuminato da una piccola luce, non si era nemmeno accorto del procedere della quarta dimensione, tanto da immergersi a fondo nella lettura. La biblioteca era deserta. La bibliotecaria lo aveva dimenticato ed era andata via chiudendolo dentro. Era rimasto lì, circondato da libri. L’indomani l’avrebbero ritrovato o sarebbe sparito anche lui come l’autore del libro che aveva appena terminato?


( da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 2 ottobre 2012 e da www.landasurreale.blogspot.com, post pubblicato il 5 febbraio 2012)


Il presente racconto era stato scritto per partecipare alla Edizione  dell'anno 2011 del Premio Arturo Loria organizzato dalla Biblioteca A.Loria del Comune di Carpi (MO).
In effetti, trattandosi di una Biblioteca avevo pensato che il soggetto più adatto potesse essere un libro, magari piuttosto particolare e dai risvolti inattesi.
Il notevole numero di visualizzazioni su Landa Surreale mi ha spinto a riproporlo anche qui, sperando che qualcuno si fermi ad appuntarmi le sue impressioni nello spazio dei commenti.

giovedì 7 febbraio 2013

CASE INVISIBILI


Subito dopo aver chiuso la porta si rese conto di aver commesso un terribile sbaglio: le pareti del suo appartamento si erano dissolte e le sue cose erano alla mercé, non solo dei suoi occhi, ma anche di quelli altrui. Doveva aver attivato una sorta di smaterializzazione dei muri.
A riaprire la porta poteva azionare qualche altro meccanismo. Sarebbe stato meglio leggere le istruzioni, ma la fretta di abitare in quella sofisticatissima casa, gioiello della domotica, lo aveva indotto a procrastinare. Ora non si rammentava più dove le aveva collocate e, davanti quella porta, che nemmeno si vedeva, restava interdetto.
La chiave elettronica, colma di pulsanti strani, tra le sue dita, appariva strumento diabolico. Avrebbe voluto disfarsene, ma poi come sarebbe rientrato? Le sue cose erano lì, ma non poteva toccarle, né raggiungerle. Il muro non si vedeva, la sua solidità, nonostante quella trasparenza, restava immutata al tocco.
Ciò che gli lasciava un barlume di speranza, era il fatto che non fosse l’unico a trovarsi in quella situazione. Il pianerottolo era gremito degli abitanti che vi risiedevano e l’intera scala pullulava di persone chiuse fuori: indizio che quella tecnologia non aveva trovato adeguati proprietari.
La cosa strana, notata dai passanti della strada sottostante, era la presenza di mobili, suppellettili e soprattutto persone, sospese a mezz’aria e ad altezze diverse, che armeggiavano intorno a qualcosa che non c’era.
La Società Immobiliare l’aveva annunciato: “Fantastiche case del futuro a prezzi modici nelle quali resterete a bocca aperta!”


( da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012 - e da www.landasurreale.blogspot.com, post pubblicato il 23 ottobre 2011)

Il presente racconto è risultato tra i finalisti della 2° edizione del Premio Racconto Bonsai organizzato dalla Biblioteca Corviale di Roma nell'anno 2010.

mercoledì 30 gennaio 2013

IL PUNTO DI CONTATTO


“Via Tuscolana 388. Prima o poi doveva succedere! Erano anni che ci passavo davanti e che i miei sguardi si limitavano a scivolare su quel muro intriso di infissi vetrati, cortina gialla e scritte senza trovare il pretesto per oltrepassare quella superficie. L’ingresso, preceduto da un minuscolo cortile semiquadrato, cinto da una cancellata sul primo lato, da una ringhiera sul secondo e da un muro sul terzo, era posto lungo la parete perpendicolare al fronte stradale e quindi in posizione defilata rispetto ad esso. Mio figlio quasi mi ci aveva tirato dentro e per vincere i miei indugi chiedeva spavaldo:”Che fai, non entri?”- “Arrivo! Arrivo! E’ che mi si è slacciata una scarpa!”- dicevo sollevando un piede e poggiandolo sul muretto che sosteneva la recinzione esterna. Da quel punto potevo scorgere in lontananza le chiome degli alberi di Largo Michele Unia, dove i primi giorni di scuola ero solito attendere, seduto su di una panchina, che arrivasse l’ora di entrare, visto che giungevo sempre molto presto. Erano giorni sereni di ottobre del 1977 e avevo appena quattordici anni. Provenivo da una scuola media di estrema periferia, dove il massimo della protesta si aveva quando la proprietaria dell’edificio non accendeva i riscaldamenti in inverno perché il Comune affittuario era in ritardo con i pagamenti. Solo in quel caso gli studenti scioperavano. Il laccio era perfettamente stretto: avevo bisogno di allacciarmi qualcos’altro. Una specie di groppo si ostinava ad andare in alto e in basso tra lo stomaco e la gola. Con la saliva lo rimandavo giù quando mi arrivava in bocca e lo deglutivo nuovamente a fatica, ma nello stomaco non ce la faceva a rimanerci. Mi ero ripromesso di riuscirci e ci dovevo riuscire. Del resto che ci potevo fare se fra tutti gli istituti che aveva scelto di visitare c’era anche la mia vecchia scuola? Avevo finto di allacciare convincendomi che avevo legato quell’elemento che prima mi infastidiva. Lui era rimasto sull’uscio a guardare, dall’alto di quel gradino poteva scorgere il cortile riempirsi di studenti tutti presi a parlottare animatamente mentre qualcuno armeggiava con un megafono, altri preparavano striscioni pieni di scritte ed uno sul varco del cancello distribuiva volantini ciclostilati di fresco. Molti di loro avevano l’eskimo verde impellicciato di bianco, capelli lunghi e barbe più o meno folte. I loro sguardi erano accesi, come i loro animi e le parole che si sentivano erano tutte ribelli. Mio figlio non aveva fatto caso a tutta questa animazione: voleva solo visitare l’edificio. Lo raggiungevo destreggiandomi tra tutte quelle persone. Quando gli ero vicino diceva:”Finalmente! Ma quanto ti occorre per allacciare una scarpa?”- Non rispondevo, ero troppo assorto. Ripensavo al primo giorno che varcavo quel cancello, a qui perfetti sconosciuti che rimanevano insieme a me in quell’aula per pochi minuti, prima di essere sostituiti da quelli che sarebbero diventati i miei compagni di classe del primo anno. Spingeva con entusiasmo quella porta a vetri. Di fronte a noi era la guardiola, da dove il bidello smistava i genitori e i loro pupilli, preparandoli al giro di esplorazione. Dovevamo aspettare la fine del giro del primo gruppo con i professori. Lui si era appoggiato alla parete e stava rivolto verso i gradini che conducevano all’interno. Riusciva a conservare un’espressione tranquilla, eppure era tutto ingombro di banchi accatastati a mo’ di barricata, dietro ai quali un manipolo di studenti del 4°-5° anno, armati di spranghe ricavate dalle gambe delle sedie, tentavano di bloccare l’assalto di una spedizione punitiva di estrema destra, armata di tutto punto. Alcuni giovani camerati erano morti nei giorni precedenti in un agguato, avvenuto poco distante. Questa scuola rappresentava l’avamposto del nemico più vicino dove sfogare la propria rabbia: poco importava che fosse semideserta. Lo scontro era inevitabile. Perfino gli altri genitori con i loro figli aspettavano pazienti il ritorno dei professori e non facevano caso a tutto quel trambusto. L’atrio era grande, di forma rettangola e si immetteva direttamente verso l’interno. Fortunatamente l’attesa non si protraeva oltre. Il gruppo che aveva fatto il giro compariva dopo poco. L’accatastamento dei tavoli e delle sedie divelte era sparito, come d’incanto, lasciando spazio a visi sereni e sguardi spalancati sul futuro. Potevamo andare. Il professore di Italiano faceva strada, accompagnato da quello di matematica. Avevamo in mano i depliant dove erano riportati gli indirizzi di studio e le articolazioni orarie che si sarebbero svolte in quell’istituto, ovviamente affiancate da foto che illustravano con perizia di particolari i laboratori che erano presenti e che costituivano, insieme al corpo docente, il fiore all’occhiello della scuola. Mio figlio cercava sempre di stare avanti, in modo da seguire meglio la spiegazione dei professori. Mi ricordava quando ero poco più grande di lui e cercavo di seguire le lezioni, nonostante i supplenti e la confusione che c’era intorno. L’Istituto occupava i primi quattro piani dell’edificio e andavano visti con calma; gli altri quattro erano del Liceo. La particolarità erano le scale piccole. Ce n’erano sette, tutte larghe al massimo un metro e venti centimetri. I primi tempi che la frequentavo temevo di perdermi dentro, perché quei corridoi, tutti arzigogolati di spigoli e di cambiamenti di direzione facevano smarrire il senso dell’orientamento. Quando mi succedeva non dovevo far altro che scendere, tramite la prima scala che incontravo, fino al piano terra, dove tutte le scale erano visibili e ritrovare quella che utilizzavo tutti i giorni per raggiungere l’aula dove era la mia classe. Da lì non potevo sbagliare. In origine l’edificio doveva essere destinato ad uffici e poi decisero di adattarlo all’uso scolastico. Quel giorno di gennaio del 1978, eravamo in pochi a lezione con il supplente di matematica, quando un ragazzo di un’altra classe spalancava la porta e gridava: “Ci sono i Fascisti! Ci sono i Fascisti che assaltano la scuola! Venite giù che bisogna bloccarli!!”- A sentire quelle parole concitate e il rumore che proveniva dal piano terra, c’era un fuggi fuggi generale, nonostante le parole del professore con l’eskimo: “Non scappate! Non scappate!”- Salivamo le scale, due gradini alla volta, un piano, un altro, fino a che i gradini erano finiti e più in alto non si poteva andare. Restavamo così, con il cuore in subbuglio, che batteva forte dalla paura. Trascorso un tempo interminabile, poco a poco riprendevamo coraggio e scendevamo. Tornavamo in aula. All’uscita andavamo tutti insieme verso l’Alberone, seguendo un percorso opposto rispetto alla Piazza S. Maria Ausiliatrice, proprio per evitare di fare brutti incontri. Ripercorrere quei gradini non mi piaceva per niente. Era tutto pieno di angoli bui e si potevano incontrare improvvise sorprese. Due ragazzi si erano accesi una specie di sigaretta, vicino ad una finestra semiaperta, dall’odore del fumo si capiva che non era tabacco quello che vi bruciava dentro. Sentendo dei rumori l’avevano spenta e nascosta per non farsi beccare. Al secondo piano, girando vicino alla porta aperta di un’aula, mentre il docente illustrava agli astanti le doti dell’istituto, non potevo non scorgere l’insegnante supplente di matematica del primo anno, tutto intento ad insegnare un nuovo approccio filosofico-enigmistico della materia a studenti  entusiasti e poco più avanti intravvedere la professoressa del secondo anno redarguire gli stessi studenti per la loro impreparazione, evidenziata dagli esiti disastrosi del primo compito in classe, al punto da imporgli un corso di recupero pomeridiano per alcuni mesi. Girando per quei corridoi vedevo il professore di Scienze e Geografia Politica che parlava alla classe delle Sette Sorelle, di come Enrico Mattei le avesse infastidite, riuscendo abilmente ad inserire la sua creatura, l’Eni, nelle dinamiche geopolitiche degli anni ’50, sottraendo loro possibili accordi per sfruttare giacimenti petroliferi in diverse parti del mondo e di come ciò ne avesse provocato la prematura scomparsa. Erano in pochi gli studenti che lo stavano a sentire. I più si annoiavano e parlavano tra loro, disturbando e costringendolo ad interrompere continuamente il filo della narrazione per chiedere la loro attenzione. Eravamo scesi in palestra. Collocata nel piano interrato, era ampia e luminosa, poiché un lato aveva dei grandi finestroni. Tutti erano intenti ad osservarla, tranne me. Davanti agli occhi avevo tutta quella massa di studenti vocianti nel bel mezzo dell’occupazione. Era stata indetta un’assemblea permanente per protestare contro i provvedimenti disciplinari adottati dal Preside. La Quinta D era stata sospesa in blocco per via del registro di classe bruciato. In Seconda D era stato sospeso uno studente, estratto a sorte poiché non era uscito il colpevole del lancio del Registro di classe dalla finestra. Inoltre nella stessa classe due studenti erano stati sospesi per aver insultato una professoressa. La palestra mostrava evidenti i segni dell’occupazione: alle pareti scritte dai toni accesi inneggiavano al linciaggio del Preside; su di un apparecchio  di riscaldamento appeso a mezz’aria, un minuscolo fantoccio impiccato lo simboleggiava. Tutti avevano da parlare e da protestare contro i padroni e a favore del proletariato. I simboli di Autonomia Operaia si moltiplicavano sulle pareti e sulle porte. La rabbia di una malcelata insofferenza si riversava su tutte le espressioni del potere e la P 38 si accostava ai simboli fallici che invadevano presto gran parte dei muri. L’aria era sempre più pesante. Il professore, dopo averci fatto visitare i vari ambienti che completavano la palestra, ci invitava ad uscire nuovamente e a riprendere la rampa di scale per risalire. Guardavo ancora una volta quel parlottare di eskimi, tutto volto nella misura in cui si cercava di definire una sostanza piena solo di parole, roboanti, si, ma colme di echi  e di rimandi  senza mai arrivare ad un punto certo. Mio figlio mi era accanto e mi sollecitava:”Allora, vieni che poi restiamo indietro e non sentiamo!” – Lo seguivo col mio passo carico di tutto quel peso e faticavo a risalire. C’era poco da sentire. La Terza B era piena zeppa. C’erano trentuno studenti, di cui cinque ripetenti, otto che venivano dall’ex Seconda D, smembrata l’anno prima, il resto erano della Seconda B dello scorso anno. Non c’era posto nemmeno a cercarlo. Figuriamoci se potevamo entrarci anche noi. Il Professore illustrava con enfasi il loro metodo di insegnamento, mentre la Professoressa di Italiano interrogava la classe sul Trecento. Quando stavamo per uscire era la volta del Professore di Tecnologia interrogare e sottoponeva alla prova di durezza i meno preparati, in modo da farli recuperare. Sentivo le loro capocciate sul muro, con la porta già chiusa. Non era il caso di continuare oltre. Finalmente vedevamo i laboratori. Dove allora si tentava di disegnare in modo decente, dribblando con la punta della matita o con quella del pennino le buche sempre più grossolane che scavavano le superfici dei tavoli da disegno, ora dei nuovissimi tavoli bianchi, dotati di numerose postazioni multimediali consentivano di far lezione, apprendendo in modo completo e divertente. Vedevo ancora i visi accorati di quegli studenti e quelle mani ricolme di attrezzi da disegno. Venivo tirato per un braccio: il professore doveva richiudere, era mio figlio che mi ricordava che dovevo uscire se non volevo passare il resto della domenica e la notte successiva chiuso lì dentro. Il giro era quasi finito, ma prima di terminarlo facevo ancora in tempo a scorgere il professore di Costruzioni che osservava, tra il serio e l’ironico, la parodia che gli faceva, vicino alla lavagna, un suo studente, bravo ad imitare quasi tutti i professori di quell’anno. Più avanti vedevo un gruppo di studenti che ripassava al volo e nervosamente, mentre all’interno di un’aula la Commissione d’Esame esaminava un altro di loro. Era tempo di voti e di quadri. Uscendo nel cortile non potevo non vedere tutti quegli striscioni, pieni di scritte contro il Governo, contro l’Imperialismo americano. Dappertutto vi era l’immagine del Che. L’intera via Tuscolana era ricolma di studenti. Si sentivano gli slogan lanciati dai megafoni e ripresi dai cori dei manifestanti. Il corteo era avviato verso piazza Esedra. Una folta rappresentanza di questo Istituto si era unita al resto della massa e procedeva lungo la via, assottigliandosi, man mano che si avvicinava al ponte della ferrovia, oltre il quale vi era piazza Re di Roma. Il docente di Costruzioni osservava divertito questo diradarsi degli studenti lungo gli incroci che scandivano il percorso di avvicinamento alla mèta, al punto che riteneva che gli striscioni dell’Istituto vi sarebbero giunti o accompagnati solo da quelli che li reggevano o non vi sarebbero arrivati affatto, dato che in realtà si trattava di un’ulteriore occasione per marinare la scuola, come poi avrebbe espresso il giorno dopo alla classe. A mio figlio tutto questo non interessava, guardava dritto avanti a lui e non intendeva soffermarsi. Aveva già le cuffiette dell’I-pod. Non potevo indugiare. Andavamo verso la macchina. Era rimasta su Piazza S. Maria Ausiliatrice. Nei pressi c’era la solita camionetta della Celere. Era la prassi: c’era troppa poca distanza tra la sede missina di via Acca Larentia e quella scuola considerata rossa. I poliziotti, in perfetto assetto anti-sommossa, vigilavano attenti, pronti ad intervenire alla minima scintilla tra le fazioni. Lui stava aspettando che aprissi col telecomando e vedendomi troppo assorto in altro, mi diceva:”Che aspetti! Perché non apri?! Dai, che dobbiamo tornare a casa!”- Mi ricordavo cos’era quell’oggetto che avevo in mano e schiacciavo il pulsante. La macchina si apriva e ci entravamo dentro. Infilavo la chiave e mettevo in moto. Lui:”Finalmente! Si può sapere che ti è preso? E’ tutta la mattina che stai da un’altra parte!! Ma dove sei finito?!” – Io , titubante:”Niente! Non è niente, ero solo entrato in contatto con un altro punto di questo stesso luogo!” - Avrei voluto aggiungere dell’altro, ma come facevo a spiegargli il vero significato delle ideologie che si contrapponevano, la passione che le persone di entrambi gli schieramenti ci mettevano dentro, fino a morire per esse, se io stesso, allora, non me ne ero lasciato coinvolgere, se non in minima parte, per sopravvivere? Avevo sempre preso i volantini quando mi venivano offerti, a volte li avevo anche letti e invece di cestinarli li avevo conservati, dal primo all’ultimo, per tutti quegli anni. Alla fine li avevo buttati, a malincuore, perché non avevo spazio per trattenerli oltre. Li avrei potuti rileggere per ripercorrere tutto quello che era successo, ma mi era mancato il coraggio e il tempo, perché anche la mia vita doveva proseguire: mi aspettava il futuro, l’Università. Era comodo raccontare una storia confezionata ad arte, ma non onesto. Volevo provare ad accennargli almeno qualcosa, ma lo vedevo immerso nei problemi della sua  epoca, così preso ad armeggiare con quell’ammennicolo tecnologico, che non sapevo da dove partire. Infine pensavo che era giusto che iniziasse il suo percorso senza che ci fossero le mie interferenze. Per lui quella scuola era semplicemente una della lista di quelle da vedere e niente altro. Era giusto così. Nello specchietto retrovisore quella prospettiva così animata lasciava il posto allo scivolare degli scorci dei palazzi. Non vedevo più tutte quelle bandiere e gli striscioni ritrovavano il loro spazio tra i ricordi. Via Tuscolana tornava sgombra, come doveva essere in una serena domenica di inizio febbraio. L’azzurro intenso del cielo risucchiava anche l’ultimo ricordo, quella camionetta celeste con la scritta bianca lungo la fiancata. Davanti vi era solo la strada libera e quei pochi occasionali veicoli che vi transitavano. Il sole era ormai alto e allontanava vigoroso le ombre. Percepivo appena le note che fuoriuscivano attutite dalle cuffiette dell’I-pod e quasi le confondevo con quelle di una vecchia canzone di Rino Gaetano, che mi era rimasta impressa dentro.



(da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 30 settembre 2012)


Gli anni '70 erano intrisi di militanza, si stava sempre divisi da barricate, tra lacrimogeni e P38 con i terrorismi che assalivano da tutte le parti e le destre e le sinistre, invece di dialogare si menavano e si mettevano bombe e qualche volta ci scappavano anche i morti...




sabato 26 gennaio 2013

IL DESIDERIO SBAGLIATO (i due energumeni nerboruti)


Aveva appena pronunciato le parole, anzi no: aveva solo pensato di farlo. Ecco che davanti a lui si stagliavano due energumeni nerboruti e dallo aspetto piuttosto abbronzato che si preoccupavano di sventolarlo con vistose piume. La situazione non era per nulla rassicurante e lui stesso stentava a capire come ci si fosse ritrovato. Eppure era sembrata una giornata tranquilla, iniziata normalmente come tutte le altre. Solo una sensazione inusuale lo aveva rabbuiato al risveglio, forse per via di uno strano sogno nel quale si era imbattuto durante la notte. I contorni di questo però erano velocemente sfumati e solo una immagine sbiadita era rimasta ad impensierirlo. A prima vista doveva trattarsi di una specie di lampada orientale, piuttosto impolverata, che si era dilettato a strofinare per farle riacquistare la lucentezza. 
da  http://ilcielohaunaportasola.wordpress.com/2011/05/26/la-lampada-di-aladino/


Nel sogno non era accaduto nulla e lui se ne era uscito tranquillamente, come se niente fosse, passando velocemente prima sul dorso di un cammello e poi in un gommone, tra le rapide di un fiume impetuoso. Il seguito era rimasto insignificante, a tal punto che nemmeno se lo rammentava, tranne un tizio, alla apparenza vestito da beduino, col volto nascosto dalla ombra del copricapo, spuntato non si sa da dove e sparito altrettanto rapidamente, ma non prima di aver pronunciato una frase sibillina che, sulle prime, quasi non aveva capito: “Tu hai strofinato la lampada, un tuo desiderio verrà esaudito!”. Non aveva dato peso a quelle parole, del resto come si può pesare un sogno??


da  http://africaexpress.corriere.it/


Solo adesso, proprio mentre le persone intorno iniziavano a sbuffare, tutte seccate per il guasto dell’impianto di condizionamento ed accaldate dalla fatica di quelle file davanti gli sportelli dell’ufficio postale, ci ripensava e leggeva in quei volti stanchi degli sguardi di invidia, che prorompevano presto in frasi, che tutto esprimevano, tranne gentilezza e comprensione. Del resto come poteva dar loro torto? Lui era l’unico ad usufruire di quel servizio, e che servizio!! Come se fosse il più privilegiato fra tutti gli utenti di quella filiale. Persino gli impiegati che stavano al di là del vetro blindato, si dovevano accontentare di semplici ventilatori, che sparavano loro addosso l’aria, con tutte le freddate lungo la schiena,  le conseguenti lombalgie e le complicanze alle vertebre cervicali. Gli energumeni facevano la loro figura e presto avevano attirato l’attenzione di tutte le persone presenti. Persino il direttore si era presentato, probabilmente sollecitato dal crescente malumore che serpeggiava, e si era spinto a dire che certe ostentazioni non era il caso di mostrarle, soprattutto in democrazia e, per giunta, in questo particolare momento in cui in molti non si sapeva come fare per arrivare a metà del mese con quei pochi soldi che si avevano a disposizione. Avrebbe voluto rispondere che non era sua intenzione e che anzi, nonostante le apparenze, egli in realtà non aveva nulla di quello che sembrava, tanto meno il controllo di quei due che lo sventolavano. Aveva in mano un semplice modulo di conto corrente compilato da versare, come molti altri in fila, in tasca un portafoglio con i soldi appena sufficienti a pagarlo. Ma chi l’avrebbe creduto? Eppure i suoi vestiti non erano più preziosi degli altri, che si scomponevano sempre più, coinvolti da una generale irritazione. Veniva invitato gentilmente ad andarsene, perché rischiava di suscitare un putiferio: il conto corrente lo avrebbe pagato con comodo, magari attraverso l’intermediazione di qualche banca straniera di cui sicuramente era coccolato cliente. Come faceva a dimostrare che era come tutti gli altri? Una volta sulla strada, sperava di far perdere le sue tracce e seminare quei due che gli venivano dietro con quelle piume sventolanti. Il caldo non aveva affatto l’aria di diminuire ed era di sollievo quel continuo sventolio. Per tornare a casa pensava di prendere l’autobus, ma gli toccava pagare tre biglietti e sorbirsi pure la ramanzina degli altri viaggiatori, infastiditi dalla lunghezza dei bastoni delle piume e dal fatto che per manovrare tali arnesi a quei due che li agitavano occorreva molto spazio. Adesso non si viaggiava comodi su quello autobus, o almeno gli altri, che restavano scomodi ed accalcati per consentire il delicato effetto soffio su di lui, che si era seduto e guardava fuori dal finestrino. Scendeva ben prima della fermata solita perché non ne poteva più delle lamentele e degli sguardi torvi che gli venivano continuamente rivolti. Lungo il percorso che lo separava dal suo appartamento non andava meglio: le persone lo notavano da lontano e i bambini lo indicavano alle mamme che li tenevano per mano. Alcuni gli ridevano anche dietro, visto lo strano abbigliamento dei due che lo seguivano. Un gruppo di ragazzini, nei pressi di un parco gli correvano incontro, credendo che distribuisse biglietti a prezzo ridotto per assistere a spettacoli circensi e non lo volevano far passare se non gliene dava. Perdeva buoni cinque minuti a spiegare che lui con il Circo non c’entrava nulla. 


da  http://www.easyjuggling.it/index.php?option=com_content&view=article&id=37%3Ascuole-di-circo-in-italia&catid=35%3Ascuole-e-palestre&Itemid=3&lang=it


Dove se la vedeva brutta era proprio nei pressi del Circo, davanti al quale si trovava a passare senza riflettere sulle possibili conseguenze. Era un momento difficile anche per le persone che vi lavoravano: di pubblico se ne vedeva poco ed ogni sera era sempre meno. Se continuava così, il direttore avrebbe dichiarato bancarotta e tutti i giocolieri, i pagliacci, i trapezisti, nonché i domatori, si sarebbero presto trovati senza lavoro. Gran parte di loro era davanti alla entrata. Non ci mettevano molto a notare quei due energumeni con i turbanti da beduini e quelle piume giganti che sventolavano a dovere su un signore, vestito normalmente, che li precedeva. Era normale che iniziavano a pensare che si trattasse della trovata pubblicitaria di qualche spettacolo esotico concorrente. Proprio il fatto che gli passavano sotto al naso e proprio un attimo dopo che il direttore aveva annunciato che se lo spettacolo di quella sera andava male non restava che chiudere, veniva da tutti letto come un affronto dei più gravi: uno schiaffo in piena faccia e senza alcun apparente motivo. Inevitabile che iniziassero a corrergli dietro con intenzioni per nulla pacifiche. In testa vi era il domatore di animali, armato di una lunga frusta, subito dietro il forzuto piegatore di barre d’acciaio. Appresso l’intera squadra di muscolosi artisti della piramide umana e il mangiatore di fuoco non disdegnavano la corsa ed anzi tenevano testa ai giocolieri ed ai trapezisti che li seguivano. I pagliacci, già truccati e vestiti per lo spettacolo, correvano con difficoltà e precedevano le cavallerizze che sostenevano il povero direttore, rimasto subito senza fiato. Il malcapitato, sulle prime non si accorgeva di essere inseguito, ma, vedendo i due nerboruti sventolatori di piume corrergli in fretta e furia avanti, dopo essersi disfatti degli ingombranti bastoni che le sorreggevano, sorpreso da questa improvvisa ed imprevista liberazione, si voltava, capiva il motivo di tanta urgenza e si metteva anche lui a correre perché il manipolo che aveva dietro non prometteva nulla di buono. Ma non riusciva ad andare molto lontano. Veniva subito raggiunto e, tra i calci e i pugni che gli arrivavano, riusciva a malapena a capire che doveva trattarsi degli artisti del circo, dati i vistosi abiti che avevano indosso. Si sfogavano in fretta e lo lasciavano dolorante sul marciapiede. Si rialzava con le poche forze rimaste e raggiungeva a tentoni il Pronto Soccorso del vicino ospedale. 


da  http://www.paesesera.it/Cronaca/Pronto-soccorso-boom-di-richieste-Servono-strutture-di-prossimita


Visti gli ematomi che presentava,  sembrava proprio che venisse dallo stadio dove, proprio quel pomeriggio, si era giocata una importante partita di calcio con gravi scontri tra le tifoserie. A nulla erano valse le sue giustificazioni: i due energumeni, sbucati dal nulla, che lo avevano sventagliato con piume giganti per diverse ore, né tanto meno il racconto dell’improvviso pestaggio ad opera dei pacifici lavoranti del vicino circo. Quello che il poliziotto presente al posto di guardia presumeva era che si trattava di una scusa costruita ad arte per nascondere una partecipazione ai tafferugli dello stadio, 


da http://www.tifolucchese.com/13/06/2011/verona-tredici-persone-arrestate-dopo-gli-scontri-scoppiati-domenica-al-bentegodi/


tanto più che dei due sedicenti sventagliatori di piume non era stato in grado di fornire nemmeno le generalità. Intanto una notte in guardina non gliela toglieva nessuno e poi l’indomani il giudice avrebbe deciso che pena comminargli. 
da  http://www.palermotoday.it/cronaca/carceri-obbligatorie-celle-non-fumatori.html



( da www.raccontioccasionali.blogspot.com , post pubblicato il 1 ottobre 2012 )



(Per consentire una migliore traduzione automatica nelle altre lingue, sono stati sostituiti alcuni apostrofi con le corrispondenti vocali, mi scuso con i lettori di lingua italiana per l'effetto non proprio gradevole del suono che ne deriva)


(Ho cercato inutilmente l'immagine di due energumeni nerboruti che sventagliavano piume enormi, tenute da lunghi bastoni, per meglio illustrare l'immagine principe di tutto il racconto, ma evidentemente Google ha preferito non consentirmi di trovarle per conservare ai lettori il gusto di immaginarseli...)