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giovedì 18 aprile 2013

Perché gli uccelli cinguettano ?


da  www.orologidiclasse.com



La mattina presto presto, quando fuori non c’è ancora nessuno in strada, perché tutti stanno ancora a dormire, se un bambino si svegliasse, si accorgerebbe di un gran cinguettare degli uccelli.
Tutto quel baccano che noi in genere non sentiamo, perché stiamo ancora nel mondo dei sogni, in realtà è il loro modo di parlare e cantare.
Ogni uccello ha un cinguettio diverso, così come noi abbiamo diversi linguaggi.
La mattina presto anche i piccoli degli uccelli non ne vogliono sapere di alzarsi e di lavarsi il becco, di fare colazione e di volare a scuola ad imparare la vita.
Un po’ come i bambini che al risveglio vogliono restare a dormire e non va loro di andare a scuola.
E le mamme uccello aivoglia a cinguettare: “Poltroni! Alzatevi! Dovete andare a scuola, che devo rassettare il nido e cacciare ancora per il pranzo!”



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

sabato 6 aprile 2013

LA BUGIA CON LA GAMBA CORTA



da  http://www.cittadiniincomune.it/bugie.html



Quando i bambini dicono le bugie, si dice che le dicono di due tipi: o col naso lungo (alla Pinocchio, per intenderci) o con la gamba corta.
Ma perché la gamba della bugia è corta?
I bambini pensano perché è piccola, ma probabilmente è perché non riesce ad andare lontano senza essere scoperta lungo la strada che percorre per raggiungere un posto al coperto dai grandi che la incontrano.
Quando i grandi la incontrano, capiscono che è una bugia perché va vestita in modo buffo di parole inadatte all’occasione.
I bambini si dice che sono innocenti perché le parole che usano cambiano di colore quando provano a dire le bugie e vengono subito scoperti.

Gli scavezzacollo impuniti, invece, sono avvezzi a dire bugie di un’altra specie, senza che i grandi riescano a riconoscere facilmente che si tratta di storie inventate e alcune volte la fanno franca.
Ma prima o poi anche essi vengono scoperti e allora sono dolori.



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

venerdì 22 marzo 2013

LA CHIOCCIOLA CON L'OMBRELLO


Si sa che gli animali a volte vorrebbero esprimere una particolare sensibilità d’animo che spesso la loro condizione di vita stretta tra il bisogno di cacciare per nutrirsi e il sopravvivere ai tentativi dei predatori di cacciarli non gli consente.
Le chiocciole poi sono degli animali estremamente delicati: quando camminano lo fanno in silenzio lasciando un’umida scia del loro passaggio.
Amano la pioggia, infatti durante e dopo i temporali escono fuori dalle loro case e camminano felici sul terreno bagnato.

Però può capitare che a qualcuna di loro non piaccia bagnarsi quando cammina per le gocce che le cadono dall’alto.
In particolare una chiocciola che per ripararsi dalle gocce che le cadevano sugli occhi dalle foglie alte sotto le quali si trovava a passare, le venne l’idea di costruirsi un ombrello, un bellissimo ombrellino colorato. Non chiedetemi come fece, dato che non lo so neanche io.
Quando le altre chiocciole la videro ripararsi sotto l’ombrellino colorato che teneva con la bocca, risero e la additarono con disprezzo : non poteva essere una di loro se non si uniformava ai comportamenti e voleva ad ogni costo esprimere una propria personalità.

Si sa che dopo la pioggia le chiocciole escono fuori e camminano sui prati alla ricerca di erba fresca da mangiare.
Lo sanno anche i contadini che dopo i temporali che a volte gli rovinano i raccolti, escono con grandi sacchi a raccogliere chiocciole da fare al sugo o in brodo senza nemmeno fare molta fatica.

I contadini sono ben contenti quando possono faticare meno. Sempre curvi sui campi a zappare e a lavorare la terra per raccolti che ogni tanto sono scarsi o non arrivano.

Un contadino che era uscito dopo il temporale con il suo sacco da riempire, vi aveva già infilato molte chiocciole, quando improvvisamente si imbattè nella chiocciola con l’ombrellino: vi lascio immaginare il suo stupore.

Esiste un detto a proposito del contadino: scarpa grossa e cervello fino.
Spesso i detti dimenticano i sentimenti che provano le persone, limitandosi a etichettarle come fossero bottiglie da tenere dietro le vetrine.

Quel contadino si rese conto di essere davanti ad un animale che esprimeva una propria personalità. Spesso le persone non badano agli animali che hanno davanti, li prendono e se li cucinano come fossero già pietanze buone solo da mangiare.
Quel contadino si commosse di fronte a quella chiocciola così raffinata e a dispetto della sua pancia vuota e del suo stomaco che già borbottava, invece di continuare a raccogliere chiocciole, decise di vuotare il sacco e lasciò liberi tutti quegli animaletti che aveva già catturato.

Le altre chiocciole da quel giorno impararono ad esprimere anche le loro vene artistiche confezionandosi tanti ombrellini colorati.

Se tante volte capitate da quelle parti in un giorno di pioggia in pieno autunno non stupitevi  di trovare tanti colori nel verde dei prati, non sono i fiori, ma gli ombrellini delle chiocciole che vi  passeggiano in mezzo.


(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

(il presente post è stato pubblicato anche in www.sfumatureaprofusione.blogspot.com il 22 dicembre 2012 ,blog curato dall'Artista Anna Maria Tavolario, autrice del disegno)


Sono rimasto molto sorpreso nel guardare la foto sottostante, intitolata "Lady chiocciola con l'ombrello", che sembrava in qualche modo legata al delicato racconto che avevo scritto nel 2005, all'interno della raccolta "Fra' Tante Storie ed Altre ancora". 

Complimenti al fotografo che ha saputo cogliere in pieno tutta la poesia racchiusa nell'attimo infinitesimo di uno scatto.

21/gen/2013  -  Pubblico
Lady chiocciola con l'ombrello

Snail lady with the umbrella

#hqspanimals +HQSP Animals
http://vyacheslav1964.35photo.ru/photo_465840/

Author: Вячеслав Мищенко




mercoledì 20 marzo 2013

IL PARADISO DEI GIOCATTOLI ROTTI


da  http://logga.me/squilibri2/category/senza-categoria/page/20/



I giocattoli che vengono rotti dai bambini quando si arrabbiano perché non ottengono quello che vogliono, spesso non si possono più aggiustare.
I pezzi che restano a terra sono pericolosi e i genitori li raccolgono per buttarli nei contenitori dei rifiuti.
I bambini dopo cercano i giocattoli e vi vorrebbero continuare a giocare, ma questi non ci sono più.
Le lacrime che scorrono dai loro occhi desidererebbero cancellare il tempo trascorso a romperli.

Ciò che resta dei giocattoli viene raccolto da genitori che non hanno i soldi per comprarne ai loro bambini, mancando del necessario per sopravvivere.
I loro bambini, vestiti di stenti, sorridono felici incontro a questi nuovi giocattoli e se ne prendono cura circondandoli di attenzioni come in un paradiso e nessuno fa caso alle ferite che ne limitano i movimenti.
Il cielo azzurro avvolge di serenità quei bambini laceri e i loro nuovi giocattoli rotti.



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

venerdì 8 marzo 2013

SOPRA LA PANCA



da  http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/autore/francesco-martini/page/2



Si siede il bambino, stanco di aspettare in piedi. La capra non si vede più: forse non le va di continuare il gioco.
Aspetta ancora. Nello scorrere del tempo ci si è disteso sopra e guarda in alto.
Il cielo azzurro è un prato tranquillo su cui pascolano in pace le pecorelle, bianche e soffici si spostano lentamente.
Il bambino le conta: “uno, due, tre “e poi “quattro, cinque, sei.”
La sette si è spostata dietro la sei: non si vuole far contare. La otto è andata a fare la pipì. La nove ha spalancato la bocca in un grande sbadiglio: forse ha sonno. La dieci si è stancata di non essere contata e, senza dire niente, si è dissolta.
Le altre si sono allontanate a brucare erba da un’altra parte e non si riescono più a contare.
Il sole, in silenzio, ha sceso diversi gradini e si sta infilando il pigiama per andare a dormire.
E’arrivato un gatto. Ma si è fatto tardi: il bambino deve tornare a casa.
Si alza dalla panca e si allontana.



da  http://scuole.provincia.so.it/icgrosio/arcobaleno0506/g_0506_e_scioglilingua.htm





( da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)






martedì 5 marzo 2013

IL SIGNOR IO


da  http://tic-talkischeap.blogspot.it/2009_07_01_archive.html


Ogni tanto fa capolino tra i gruppi di persone uno strano tipo tutto preso a mostrare come la prima sia la persona più indicata a suggerire un comportamento esemplare.
Non è disposto ad ascoltare, infatti la sua prosopopea assume spesso il tono della saccenteria.
Tutti gli altri mette in riga come dei tu insignificanti che non possono ribadire alcunché.
Spesso si ritrova solo a ciarlare come davanti ad uno specchio e continua per ore gonfiando il petto con orgoglio, mostrandosi tutte le medaglie conquistate.
I bambini che lo avvicinano ne sono contagiati e vorrebbero che tutti dessero sempre loro retta, anche quando dicono solo fantasticherie.


(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)





venerdì 1 marzo 2013

IL RAGNO PITTORE



Si sa che alcuni animali hanno nei loro cromosomi delle tendenze artistiche.
I ragni ad esempio sono bravissimi a confezionare delle tele dalle maglie geometricamente perfette che utilizzano per catturare le loro prede che poi mangeranno con calma.

Un ragno invece fin dalle prime tele che confezionava, tendeva ad esprimere qualcosa di più profondo. Più che catturare le sue prede con le sue tele cercava di catturare qualcosa che lo colpiva di ciò che si trovava intorno. Per farlo, una volta confezionata la tela, invece di aspettare nascosto al centro o in un altro punto che la preda cadesse nella sua rete, continuava a confezionarla finché non diveniva la maglia tanto stretta da trasformarsi in una superficie su cui si poteva anche dipingere.
Di lì a poco, scoperto il modo di tirare fuori i colori, iniziò anche a dipingere.

Ritratti di ragni intenti ad aspettare nelle loro tele, mosche in volo che si avvicinano, ed altre immagini del suo piccolo mondo di ragno che però esprimevano profondità e punti di vista significativi.

Ma nessuno può vivere senza mangiare: nemmeno un ragno con la passione per la pittura.

Fortuna volle che le opere esposte fossero notate da un’ape regina in volo con tutto lo sciame verso il nuovo alveare. Rimasta estasiata da alcune tele, decise di acquistarle in cambio di miele e pappa reale. Il povero ragno affamato non poté rifiutare.

Da quel giorno la voce si sparse per tutto il circondario e molti animali iniziarono ad acquistare le tele del ragno.

Il ragno visse molto a lungo e fu molto felice perché fece ciò che sentiva dentro e non fu costretto a vivere imprigionato nel suo destino.



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011 )



sabato 23 febbraio 2013

UNA MOSCA DISPETTOSA


da  http://compalesy.wordpress.com/2010/08/31/quark-a-lesignana-secondo-episodio/



Si sa che le mosche sono tipe curiose: quando possono mettono le zampette dappertutto, veloci come sono non danno il tempo alle persone di coprire le pietanze che hanno cucinato, che vi si precipitano sopra a succhiarne il sapore.
Ma proprio perché vanno sempre di fretta non stanno a preoccuparsi di pulirsi le zampette dopo che sono state a giocare sulla cacca delle mucche in un prato e arrivano di corsa a ronzare intorno ad una torta messa a freddare dopo la cottura.
Le persone non gradiscono di mangiare fette di torta condite con le impronte di mosche di chissà quali sporcizie. Infatti le persone perbene tengono molto all’igiene e prima di mangiare si lavano le mani e mangiano solo usando posate pulite.

La signora Domitilla era una cuoca sopraffina, per sé e per il marito cucinava pietanze prelibate che facevano arrivare al settimo cielo il palato. Sapeva che le mosche era meglio tenerle alla larga e per riuscirci, prima che iniziassero a ronzare, posizionava delle retine fine alle finestre, chiamate zanzariere, che non consentivano l’accesso agli insetti volanti dai moscerini ai calabroni. Gli odori delle pietanze che cucinava aleggiavano intorno alla casa dopo essere usciti dalle finestre aperte e gli insetti erano attratti da quegli aromi invitanti. Si erano tutti accalcati davanti alle retine, provando più volte ad entrare.
Le più insistenti, manco a farlo apposta, erano proprio le mosche che le escogitavano tutte per forzare l’accesso. Ma ogni volta che ci provavano sbattevano la testa sulla retina senza riuscire a raggiungere alcun apprezzabile risultato.

Una mosca in particolare si era incaponita nell’impresa e più delle altre tentava di entrare. L’avevano soprannominata “dispettosa” per via del suo carattere impertinente che la faceva essere fin troppo insistente.
A furia di ronzare intorno alle finestre e camminando in lungo e in largo sopra le maglie delle retine, alla fine in un angolo nascosto della finestra della cucina, trova un piccolo varco che le consente di passare, stringendo le ali e spingendosi a forza.
Gli altri insetti che si erano stancati di tentare, all’improvviso se la sono trovata dall’altra parte della zanzariera che ronzava felice facendosi beffe di loro e che si gettava più volte sulle pietanze che la signora Domitilla aveva preparato.

L’invidia già serpeggiava tra i suoi simili per il raggiunto risultato, quando però il ronzare esasperato aveva attirato l’attenzione del marito della signora, che, armato di paletta, alla dispettosa mosca le suonò di santa ragione in tutta fretta, non dandole nemmeno il tempo di gustare a pieno il sapore della vittoria effimera che aveva raggiunto.

Alle formiche che nel prato l’hanno raccolta morente per condurla nel loro magazzino di provviste per l’inverno futuro, la dispettosa mosca non ha quasi potuto proferir parola e in un sospiro vi ha lasciato tanta vana gloria.


( da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011 )




domenica 17 febbraio 2013

L'ALBERGO DELLE PAROLE


da  http://www.ciaomaestra.com/2010/10/come-si-usa-il-vocabolario-1-di-2.html


Esiste un luogo in cui le parole di una lingua sono contenute: il vocabolario, detto anche la casa dei vocaboli, o meglio l’albergo delle parole.
In esso però non trovano ospitalità tutte le parole, ma solo una parte.
Anche esse devono pagare un affitto per poter essere ospitate, un po’ come le persone.
L’affitto che pagano consiste nel fatto che vengono utilizzate dalle persone quando parlano o scrivono.

Se una parola non viene più utilizzata allora viene sfrattata e nel vocabolario il suo posto viene occupato da altre nuove : i cosiddetti neologismi.

quelle che non vengono utilizzate si definiscono desuete e il loro utilizzo è limitato a persone cultrici della Lingua che amano dirle perché esse appartengono al loro patrimonio culturale.

Nel vocabolario ogni parola che viene ospitata ha un suo spazio fatto di parole che le descrivono, ampio quanto è necessario per accogliere tutti i suoi significati e le accezioni che è in grado di esprimere.

Nell’Albergo delle parole queste non sono libere di restare quanto pare loro, ma sono soggette a ciò che decide il direttore: chi diviene desueta per lo scarso utilizzo viene messa fuori della porta con tutti i suoi bagagli, senza che possa far niente per continuare a restare, nemmeno se si mette a piangere o batte le sue letterine per terra, come fanno a volte i bambini quando vogliono essere ascoltati se nessuno presta loro attenzione.
Le parole che non vengono più dette o scritte non possono protestare perché non hanno più voce in capitolo.

Se i bambini di oggi volessero, potrebbero riuscire a non farne cacciare tante dal loro albergo. Basterebbe che imparassero a dirne e a scriverne tante e tutte diverse, invece di usarne sempre poche e le stesse come fanno i loro genitori che non si sforzano nel parlare o nello scrivere per non voler affaticare la mente nel cercarle e la lingua nel dirle.


(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)



venerdì 15 febbraio 2013

SE NON CI FOSSE IL VENTO


da  xoomer.virgilio.it



Un bambino arrabbiato con esso perché gli aveva rovesciato certi giocattoli sulla scrivania della sua cameretta, parlandone con il padre, disse che era meglio non ci fosse il vento, così non glieli rovescierebbe più.
Il padre, per tutta risposta, gli raccontò una storia:
“Nell’antica Grecia, gli uomini che credevano negli dei, avevano anche un dio che governava i venti. Questo dio, che si chiamava Eolo, un giorno regalò un otre pieno di tutti i venti ad un uomo di nome Ulisse, affinché li potesse usare in caso di necessità, stando attento però a farne buon uso. Purtroppo per lui, proprio mentre era in vista del porto dell’sola nella quale era re, dopo aver tanto navigato per tornarvi, alcuni compagni di viaggio, curiosi di vedere il contenuto, aprirono l’otre. La fuoriuscita rapida di tutti i venti, generò un vortice d’aria che spinse lontano la loro nave. Quando finalmente i venti smisero di soffiare, si trovarono in mezzo al mare, senza alcuna terra all’orizzonte e senza un alito di vento che gonfiasse le vele.
Essere senza vento in mezzo al mare su una nave con le vele, lontano da ogni porto e a corto di viveri e di acqua, è una condizione in cui nessun marinaio si augura di trovarsi, quasi certamente preferirebbe stare in mezzo ad una tempesta, ma vicino a porti conosciuti.
Allo stesso modo un bambino senza stimoli dal vento della fantasia non avrebbe gioia nel vivere una vita immobile.
E se non ci fosse il vento, che ogni tanto gioca anche lui, resterebbe sempre solo con dei pupazzi immoti a respirare la stessa aria viziata da tutte le puzze di un mondo privo della libertà del movimento.”
Il bambino continuava ad essere arrabbiato per il dispetto subito, ma le puzze preferiva non sentirle.



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011 )

lunedì 11 febbraio 2013

CHI ROMPE PAGA!


Il pallone è rotondo e rotola spesso, avanti e indietro tra i bambini che lo calciano con i piedi.
Non ha spigoli, eppure, se calciato con forza verso superfici fragili, le può rompere.
Così per una pallonata forte, calciata non si sa da chi di un gruppo di bambini, che giocava animatamente in un prato circondato da edifici, si ruppe il vetro di una finestra ed il pallone rimase dentro.
Il suono sinistro di quel vetro che si rompeva, aveva avuto la potenza di un allarme per un bombardamento aereo imminente, e di quel gruppo così preso nel gioco, non restavano che vaghe tracce sull’erba del prato.
L’omone che si affacciò un attimo dopo, preceduto da una rabbiosa imprecazione, non poté far altro che constatare l’assenza di qualunque colpevole davanti il suo sguardo.
Rientrato, un attimo dopo si udì uno scoppio.
Poi una porta si aprì e venne lanciato qualcosa, prima che si richiudesse velocemente.

Quel qualcosa si adagiò sull’erba, ancora stesa dalla foga dei passi veloci dei piccoli calciatori.
A vederla bene, ricordava per i colori il pallone che rotolava poco prima sul prato, ma la sua forma, pur essendo ancora tonda, era stranamente schiacciata e in un punto aveva uno squarcio che ne mostrava l’interno.

L’omone, non avendo trovato alcun colpevole, aveva condannato l’oggetto che aveva provocato il danno.

Rimase a lungo disteso senza che nessun bambino lo calciasse. Poi lo prese un cucciolo di cane e si divertì a giocarci, prendendolo a morsi e tirandolo con le unghie e con i denti, finché non si ruppe ancora.

Se cercate tra i ciuffi d’erba alta, forse, potete trovarne dei piccoli brandelli, ma molto scoloriti.

da  http://www.ilgiornalenuovo.it/2012/08/07/veroli-atti-vandalici-moraldi-dal-sindaco-due-pesi-e-due-misure/



(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

venerdì 8 febbraio 2013

LO SCULTORE DI PAROLE


da  http://www.ilcittadinoonline.it/news/150977/Crocevia_di_parole__giovani_autori_protagonisti.html


In genere gli scultori scolpiscono pietra, legno o altri materiali grezzi e danno loro forma, esprimendo delle sensazioni che hanno dentro.
Lo scultore di parole, invece, prima butta giù frasi intere versandole a profusione su fogli di carta, volendo esprimere molteplici significati, ma senza capire dove vuole arrivare.
Quando ha smesso di scrivere, si trova davanti ad un blocco informe  di fogli, tutto sparso sul pavimento alla rinfusa, lasciato dall’impeto del gesto  creativo.
E’ appena all’inizio.
Con le forze rimaste e armato di tanta pazienza, comincia a cesellare tra le parole e invece dello scalpello usa la penna correttiva e taglia dalle frasi intere parole che ritiene avulse dal significato che, poco a poco, inizia a prendere forma.
E’ un lavoro lungo e faticoso, anche se i bicipiti delle braccia non sostengono manici di martelli e scalpelli.
Alla fine di tanto scavare e cancellare e sostituire parole, i suoni che sono rimasti scritti, riescono ad esprimere una melodia.
Sembra semplice ciò che viene detto, quasi ovvio.
Ma quanto è difficile arrivarci e serve tanta fatica, un po’ come la vita, quando si è all’inizio sembra facile, ma poi si scopre che è tutta in salita.

da  http://blog.libero.it/sable/9692836.html

(da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)

giovedì 7 febbraio 2013

FANTASTICANDO LUNGO IL SENTIERO


da  http://www.varbak.com/immagine/immagini-di-elefanti-1


Un bimbo aveva appena tirato fuori un elefante, così grande che ostruiva tutto il passaggio. Le zampe larghe calpestavano il terreno lasciando impronte profonde. La proboscide lunga, alzata sopra la testa, afferrava la chioma degli alberi vicini, strappandone interi rami.

da  http://www.petpassion.tv/blog/invasione-di-topi-a-parigi-9392


Il bambino si stava ancora preoccupando per i danni lasciati dai suoi pensieri: se passava di lì un genitore si poteva arrabbiare. Invece dell’elefante, ecco spuntare un topolino,piccolo che rosicchiava qualcosa tra le impronte dell’elefante. Se adesso arrivava la mamma, erano di sicuro botte: i topolini non li poteva proprio vedere. Le zampette piccole avevano lasciato traccia nella polvere del sentiero. 


da  http://www.tuttozampe.com/miss-gatto-nero-aidaa/12720/

Un gatto, nero più della pece, era istintivamente attratto  dall’odore lasciato dal topolino e si era messo a seguirne le tracce con passo felpato. Se adesso passava lo zio Federico, lo avrebbe sicuramente strillato: non poteva vedere gatti, soprattutto se dal pelo nero.

da  http://www.facebook.com/note.php?note_id=359532585282


Un gorilla, alto e robusto, avanzava con passo sicuro. Si era fermato e con le mani chiuse a pugno, si batteva il petto per incutere paura.
Sul sentiero era rimasta una buccia di banana.

da  http://www.ecologiae.com/purificazione-acqua-bucce-di-banana/31119/


Sicuramente lo avrebbero sgridato anche per questo: qualcuno poteva scivolare e cadere a terra.

da  http://www.sapere.it/sapere/approfondimenti/animali/rettili/cobra-reale.html


A proposito di scivolare, un cobra, dall’aspetto non proprio rassicurante, si avvicinava verso il bambino, che iniziava a stufarsi di tutte le sue fantasticherie.
La voce della mamma lo salvò appena in tempo, il cobra si era tirato su e si apprestava a colpire la sua preda.
Il sentiero era un angolo del giardino, socchiuso appena tra un tasso e una magnolia, popolato soprattutto da formiche.




( da www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011 )

martedì 22 gennaio 2013

LA FOGLIOLINA CHE NON VOLEVA CADERE


da http://acquaepane.ilcannocchiale.it/


A volte il naturale svolgersi delle cose subisce delle soste improvvise ed eccezionali che ne confermano la regola come consuetudine.
Così come a volte i bambini vorrebbero non crescere e prolungare nel corso della vita la durata della spensieratezza dell’infanzia ed i vecchi che, giunti vicino al termine della loro, vorrebbero continuarla allo infinito, può succedere che su un albero una foglia si rifiuti di staccarsi dal ramo e di lasciarsi cadere sul terreno.

Accadde così che l’autunno trascorse con le foglie che cadevano ad una ad una dopo essersi salutate iniziavano il loro viaggio di ritorno alla terra che l’aveva generate. Ma mentre le altre foglie vicine sparivano dalla sua vista, una fogliolina un pochino più piccola delle altre, si era intestardita a voler a tutti i costi restare attaccata al suo ramo, perché voleva vedere la primavera.
Lei la primavera non l’aveva ancora vista, o meglio, non essendo germogliata allo inizio insieme alle altre più grandi, si era persa la parte iniziale della primavera, quella che le più anziane le avevano descritto come la più bella : quando arrivano da lontano le rondini a costruire i nidi.

Le poche foglie rimaste sentivano vicino il momento del distacco dai rami e trattenevano a stento i loro lembi soffiati dal vento.
La fogliolina affrontava con coraggio la sfida: nessuna foglia aveva mai superato il limite dell’autunno e nessuna di loro sapeva cosa ci fosse dopo.
La loro esistenza era segnata da un inizio e da una fine scandite dalla primavera e dallo autunno.
Dell’inverno, la stagione sconosciuta che veniva descritta come terribile dalle foglie degli alberi sempreverdi, nessuna di loro poteva saper nulla. In quella parte dell’anno l’albero cadeva in un letargo che gli permetteva di sopravvivere e risvegliarsi la primavera dell’anno successivo.

L’autunno era finito. L’abbassarsi improvviso della temperatura aveva provocato la caduta delle ultime foglie.
Era rimasta sola.
Attaccata al suo ramo,senza più linfa che la nutrisse, sostenuta solo dal desiderio di conoscere la primavera.
Era inverno.
Di lì a pochi giorni iniziò a nevicare. La fogliolina non conosceva la neve, ne sentì il peso sui lembi suoi gelati da quei soffici fiocchi che cadevano lievi da quel cielo plumbeo.
Sola su un ramo coperto di neve, immersa in un paesaggio irreale che mai nessun’altra aveva vissuto, aspettava.

Ma quanto ancora avrebbe dovuto attendere?
Il cielo si era rasserenato e il sole vi splendeva libero di spaziare coi suoi raggi, ma il tepore che riusciva a donare era ben poca cosa : le temperature erano basse e la fogliolina era tutta gelata.
I pochi animali che essa vedeva, che camminassero, che saltellassero o che volassero erano tutti intirizziti e si aggiravano come disperati alla ricerca di cibo.
Lasciavano impronte del loro passaggio, ma poi venivano cancellate.

Il vento aveva soffiato e forte.
Più di una volta aveva pensato di lasciarsi andare, di cadere al suolo come tutte le sue sorelle che non avevano lasciato traccia. Ma ogni volta prevaleva il desiderio di continuare e di restare avvinghiata al suo ramo con tutte le sue poche forze.

Poco a poco si era abituata allo scorrere delle giornate fredde.
Era passato gennaio con i suoi giorni di ghiaccio e febbraio trascorreva alternando vento a pioggia, ma sempre freddi.

Un poco di tepore  lo iniziò a sentire ai primi di marzo.
Aveva il sentore che la sua lunga e solitaria attesa fosse giunta finalmente al termine.
Infatti, trascorsi pochi altri giorni, il tepore iniziale era andato via via facendosi più costante, quasi a voler sottolineare il lento e sotterraneo ingresso della primavera.
Sui rami dell’albero dove era rimasta disperatamente aggrappata questa testarda e coraggiosa fogliolina, erano spuntate delle piccole gemme a testimonianza del graduale risveglio dell’albero. Al suo interno aveva ripreso a scorrere la linfa.

Lei era tutta avvizzita, non aveva uno specchio per vedersi, ma l’inverno trascorso se lo sentiva tutto addosso. Il margine della sua superficie era strappato in più punti: le nervature avevano retto con la forza della disperazione, ma non sarebbe stata in grado di affrontare un’altra primavera. Era già troppo consumata per riuscire a garantire la fotosintesi per la quale era germogliata.

Era primavera: ad una ad una si erano dischiuse le gemme dei rami dell’albero e iniziavano a colorarsi di verde. Le prime foglioline vedevano la luce tiepida delle giornate di fine marzo.
In cielo si vedevano gli stormi di rondini che tornavano dai paesi lontani del sud dove erano andati a trascorrere l’inverno.

Le foglioline stavano crescendo e il verde prendeva lentamente il sopravvento sui rami degli alberi. Le giovani foglie sorridevano felici alle giornate tiepide in cui erano germogliate e nel guardarsi intorno avevano notato la foglia avvizzita.
Le avevano chiesto incuriosite come mai fosse già così vecchia ed alla sua risposta sulle prime quasi non le credevano. Poi iniziarono a farsi raccontare le sue peripezie, di come trascorre l’intero anno nella vita di un albero.
Era divenuta la loro sorella maggiore.
In tutti i rami dell’albero le giovani foglie ascoltavano con attenzione i racconti dell’anziana fogliolina.

Ma tutti i tempi passano.
La primavera si era inoltrata già nelle giornate di fine aprile e sullo albero tutte le giovani foglie lavoravano con impegno costante alla fotosintesi clorofilliana.
L’unica non in grado di farlo era proprio lei, la fogliolina della primavera precedente.

Sapeva che era giunto il tempo di volare via dal suo ramo. Si guardò ancora intorno, quasi a salutare. Avrebbe voluto ancora, ma il ciclo della vita non si può bloccare.
La fogliolina giovane che era pronta a germogliare reclamava il suo spazio e spingendo sempre più fece staccare l’anziana che era rimasta così a lungo avvinghiata al suo ramo.
Un soffio dolce di vento l’accompagnò delicato e gli fece compiere un tragitto più largo, quasi a volerla far guardare da tutti i rami dell’albero.
Sui rami le altre foglie si mossero più volte con tutti i rami.
Fu un bellissimo saluto, degno di una personalità.

Il terreno l’accolse con un tappeto verde punteggiato di colori.
E l’atterraggio fu soffice.

Non si sa che fine abbia fatto.
Ma ancora oggi, se capitate da quelle parti, facendo attenzione al fremer delle foglie al vento in primavera, potreste riascoltare questa storia.


(da: www.fratantestorieedaltreancora.blogspot.com , post pubblicato il 18 settembre 2011)


P.S.Mi scuso con i visitatori in Lingua italiana, ma per consentire una migliore traduzione a Google, ho dovuto eliminare una serie di apostrofi sostituendoli con le vocali adeguate.